Kamasi Washington

Harmony Of Difference

2017 (Young Turks) | jazz

Inizialmente concepite come commento sonoro a un'installazione multimediale allestita presso il Whitney Museum di New York (con illustrazioni curate dalla sorella del musicista), le sei tracce che compongono "Harmony Of Difference" rappresentano (come esplicitato dal titolo) una personale applicazione della tecnica musicale del "contrappunto" ("counterpoint" in inglese), consistente nella sovrapposizione di più linee melodiche indipendenti fra loro.
L'apparente complessità dell'argomento si concretizza in un lavoro molto più snello e brioso rispetto all'enciclopedico "The Epic", l'esordio-monstre grazie al quale Kamasi Washington si è imposto due anni fa all'attenzione mondiale.

Lunga tunica e medaglia afro al collo, Kamasi non intende rappresentare una forma di jazz futuristica à-la Sun Ra, né (per il momento) inserire varianti troppo distanti dal proprio suono, come ad esempio stanno facendo gli altrettanto bravi e preparati Badbadnotgood. La sua fortuna è stata quella di essere (inconsapevolmente?) riuscito a diventare un culto per il popolo indie, sdoganandosi da certi ambienti jazzy troppo esclusivi e rigorosi: incidere per Brainfeeder (l'etichetta di Flying Lotus) prima e per Young Turks ora ha contribuito a conferirgli un'immagine poco standard, fuori da schemi rigidi, anche se poi di fatto quel che suona è una forma di jazz assolutamente classico.

Ma nella sua musica risiede qualcosa di extra-sensoriale, un caos figlio dei nostri tempi, che nel basso minutaggio di "Harmony Of Difference" (considerato un Ep per la sua brevità, anche se non dura meno di molti album del circuito indie) diviene ancor meno dispersivo: le prime cinque tracce restano tutte sotto i cinque minuti e soltanto l'ultima si spinge oltre i tredici: assieme formano una jam senza vere e proprie interruzioni, un flusso continuo con alcuni temi che vengono ripetuti, pur se in maniera diversa.
Questa volta Washington punta più sulle contaminazioni, muovendosi dall'approccio notturno di "Desire" allo slancio ritmico denso di venature funky di "Humility", dal morbido crescendo di "Knowledge" al mood 70's soul di "Perspective", fino ai malinconici echi tropicalisti di "Integrity".

Tante sfaccettature stilistiche che sfociano nella rigogliosa free improvisation di "Truth", la summa del "Kamasi pensiero", recuperando idee già ben delineate nel triplo esordio, come il ricorso ai cori spiritual e la struttura multiforme.
Kamasi lascia sempre spazio ai musicisti che lo affiancano, in particolare piano e fiati, ma è quando il suo sax tenore si staglia imperioso, dettando i cambi, che ogni singolo brano acquisisce slancio e profondità: è sempre il suo intervento il momento più atteso dall'ascoltatore.

Sarà Washington a salvare, o quanto meno a rivitalizzare il jazz? È corretto considerarlo il più grande jazzista della sua generazione? Ci vorranno anni per poter definire queste affermazioni con certezza, di sicuro sta cercando di portare la musica jazz altrove, di smuoverla da un letargo nel quale giace colpevolmente da anni: ha il carisma giusto per farlo, centrando fra l'altro azzeccatissime collaborazioni, da Kendrick Lamar ai Run The Jewels, fino al recentissimo Ibeyi.
Nel frattempo un importante risultato è stato ottenuto: il suo lavoro è il miglior spot possibile per avvicinare tanti giovani alla musica dei classici, e penso soprattutto alla grande opera lasciata in eredità da John Coltrane.

(06/10/2017)

  • Tracklist
  1. Desire
  2. Humility
  3. Knowledge
  4. Perspective
  5. Integrity
  6. Truth


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