Kendrick Lamar

DAMN.

2017 (Aftermath Entertainment) | hip-hop

Due anni dopo aver sganciato un album monumentale, ambizioso e clamorosamente osannato come "To Pimp A Butterfly", Kendrick Lamar torna all'ovile, tocca nuovamente terra e ci accoglie in questo suo quarto lavoro in studio, intitolato emblematicamente "DAMN.". E lo fa con l'umiltà e la consapevolezza del rapper ultra-navigato, oramai perfettamente in grado di distinguere con nettezza cielo e terra, anima e corpo, mentalismo e vita reale, ma soprattutto capace di alleggerirsi al netto della folla scalpitante e della critica negli ultimi anni, mai così ciecamente trepidante.

Sin dallo sguardo semispento che campeggia in copertina, traspare un Lamar afflitto e in versione dannatamente umana. L'uomo ha deciso di raccontarsi e di "spogliarsi" definitivamente. Per quanto riguarda invece la produzione, il rapper di Compton non ha di certo rinunciato alle ospitate eccellenti, e ancora una volta troviamo al suo fianco una sfilza di nomi interessanti, sommati ad alcuni davverso insoliti, del calibro di Rihanna, Anthony "Top Dawg" Tiffith, DJ Dahi, Mike Will Made It, Sounwave, Zacari, Kid Capri (!) ma soprattutto U2; il tutto ovviamente senza considerare i vari turnisti di spessore, su cui spiccano inesorabilmente gli amici di vecchia data come Thundercat, Kamasi Washington e Terrace Martin, ai quali si uniscono i vari Matt Schaeffer, l'immancabile Anna Wise e il giovane Steve Lacy.
Insomma, Kendrick non è di certo uno che ama chiudersi in casa da solo per svolgere i propri compitini. Tuttavia, questo è un dettaglio che ormai lascia il tempo che trova, vista la prassi consolidata dei musicisti di stampo black e dintorni di inserire all'interno dei propri lavori featuring d'ogni sorta.

Ciò che invece colpisce fin dalle prime battute dell'introduttiva "BLOOD." è il totale cambio di prospettiva: Lamar volge lo sguardo dentro di sé, si fa "ammazzare" alla prima traccia, nella quale spunta un inaspettato colpo di pistola che esplode nel momento in cui si avvicina a una donna cieca nel tentativo di aiutarla mentre cerca qualcosa lungo il marciapiede. Le parole che gli vengono rivolte prima della sua morte la dicono lunga sulla sua voglia di stupire e giocare sempre e comunque con l'immaginazione: "Oh yes, you have lost something. You've lost... your life."
È un avvio emblematico, quindi, che delinea per certi versi l'umore cupo, introspettivo e melanconico che caratterizzerà l'album ad ogni sua singola traccia. Non manca inoltre il lato cocciutamente polemico con il campionamento di una piccola parte di un notiziario Fox in cui Lamar fu a suo tempo criticato per una sua esibizione di "Alright" nel 2015. Cristo, cocaina, salvezza e riferimenti all'immacolata concezione spuntano poi supini nell'esaltante flow di "DNA.", mentre un micro-sample dell'inarrivabile e rimpianto Rick James esclamante un liberatorio "Gimme some ganja" durante un suo spettacolo nel 1982, e messo in loop al secondo minuto, mette le cose ulteriormente in chiaro: Kendrick è incazzato con il mondo, vuole evadere con i sensi e con l'anima e si esalta alla stregua del più delirante Kanye West, quello di "Yeezus", per intenderci.

Il ritorno alle insanabili ed eterne questioni razziali torna a farsi vivo nella successiva "YAH.": battito morbidissimo e climax più disteso che funge da contraltare al peso delle parole rimandanti visioni ebraiche circa la liberazione finale dei più emarginati. Banche, tombe, pessimismo a pacchi e omaggi a 2Pac delineano "FEEL.", quasi un'estensione naturale dell'approfondimento attuato con forza nella precedente "ELEMENT." (prodotta, tra gli altri, da un certo James Blake) inerente il suo percorso personale, a suo modo irto di sacrifici e traballanti vicissitudini familiari accumulate nella propria vita, e che hanno de facto contribuito alla sua formazione attuale.
Al netto del lavoro di produzione ancora una volta eccellente, il disco può essenzialmente essere diviso in due tronconi. La prima parte consiste nelle prime sei canzoni, e si conclude con la scipita e sostanzialmente inutile "LOYALTY.", con Rihanna nelle vesti dell'oca giuliva di turno in formato "rap". È una canzone essenzialmente pop, per certi versi la più radiofonica. La seconda parte, invece, è sicuramente quella più ricca di aspetti interessanti sotto il profilo musicale. Al solito, le parole assumono un significato totale e totalizzante, decisamente distaccato da tutto il resto. E proprio per questo motivo esse meritano un'analisi critica a parte, una disanima tanto specifica quanto complessiva data la ricchissima mole di riferimenti e insolite divagazioni.

Lamar prosegue quindi spedito nel suo viaggio iper-allegorico, tra barriere razziali che ci rendono tutti inferiori, citazioni di Gesù, Giuseppe e Maria, proclami politici post-elezione a Presidente dell'odiato Donald Trump, giovani amici ammazzati a manganellate e un improvviso romanticismo che spiazza e coinvolge (la tenerissima "LOVE.").
Ma veniamo alla musica: "HUMBLE.", posta al centro del piatto, e primo singolo estratto, ricalca in qualche modo l'atmosfera già ascoltata in "DNA.", ma in maniera più debole ed essenzialmente monotona. I veri highlight sonori arrivano con le varie "LUST.", "FEAR." e la conclusiva "DUCKWORTH.", quest'ultima la sola a ricalcare appieno le vocazioni e lo stile che dominava l'ambizioso album precedente. Da segnalare anche le fluttuazioni sbilenche e il battito sfuggente di "XXX.", con gli U2 insolitamente relegati in una posizione di gregari.

Tirando le somme, sia per quanto riguarda i testi, mai così penetranti e introspettivi, la scelta dei beat e il caratteristico flow, ancora una volta funzionale e tremendamente caratteristico, "DAMN." è un album totalmente sopra il livello medio. Nonostante questo, è per certi versi l'opera meno entusiasmante del rapper di Compton. C'è molta confusione, e il disco giace su livelli talvolta separati, pur volendo apparire in qualche maniera coeso al suo interno; le stesse canzoni risultano qua e là eccessivamente disorientanti.
Lamar riesce a regalare un disco che esprime al meglio la sua conflittualità. Proprio per questo si tratta di un lavoro volutamente oscuro, terribilmente crudo, parimenti fragile e irrisolto. Ed è questo il suo grosso punto di forza, ma al tempo stesso la sua grande debolezza. Se non si volesse parlare di "peggior disco", si potrebbe parlare della sua opera più inconsistente e slegata. Finito l'hype, cosa rimarrà? Rispetto agli altri suoi lavori forse poco, se non pochissimo. Ed è un dettaglio, quest'ultimo, sul quale non si può transigere.

(23/04/2017)

  • Tracklist
  1. BLOOD.
  2. DNA.
  3. YAH.
  4. ELEMENT.
  5. FEEL.
  6. LOYALTY. (ft. Rihanna)
  7. PRIDE.
  8. HUMBLE.
  9. LUST.
  10. LOVE. (ft. Zacari)
  11. XXX. (ft. U2)
  12. FEAR.
  13. GOD.
  14. DUCKWORTH
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