Kesha

Rainbow

2017 (Kemosabe / RCA) | pop

Riassunto delle puntate precedenti: cinque anni or sono Kesha Sebert era ancora uno dei nomi di punta del pop e della dance a stelle e strisce, quella chiamata a recitare la parte della cattiva ragazza, sporca e ribelle, meno pretenziosa di Lady Gaga e senza la patina zuccherosa di Katy Perry. Desiderosa però di dimostrare di essere una vera cantautrice e non un prodotto preconfezionato, fece il diavolo a quattro con la sua label per dare parzialmente sfogo alla sua passione per country e glam-rock, facendosi accompagnare da Iggy Pop, Strokes e Wayne Coyne nel suo ormai penultimo album “Warrior”.
Nonostante un paio di singoli di gran successo mantennero alta l’attenzione mediatica su di lei, il disco ebbe poca risonanza e longevità nelle classifiche, la Sebert si sentì abbandonata dal suo team che le vietò addirittura di realizzare un intero lavoro coi Flaming Lips (idea poi soffiatale da Miley Cyrus) e iniziò a frequentare spesso e volentieri i rehab.

Fin qui ordinaria amministrazione nel mondo del pop: capricci e dipendenze da star, ingerenza delle major, poca autonomia nelle scelte artistiche, ruoli da rispettare. La ribellione all’estabilishment di Kesha non si è però risolta con capelli rasati e un ombrello spaccato sull’auto, ma citando in giudizio il suo principale collaboratore e mentore, il re mida dell’electro-pop scandinavo-americano Dr. Luke, per abusi piscologici e sessuali. Processo non ancora concluso, reputazione di lui rovinata, nonostante la probabile assoluzione e carriera di lei imprigionata da obblighi contrattuali e quindi in stand-by. Fino a oggi che il suo terzo album vede la luce sempre per la stessa etichetta ma senza la supervisione di colui che solo la legge ci dirà se essere o meno il suo aguzzino.

Con simili premesse, non c’è da stupirsi che questo strombazzato “Rainbow”, sia accolto ovunque più come una dichiarazione (sicuramente sincera, testi alla mano) di indipendenza artistica, personale e spirituale che come un semplice disco.
Eppure parlare di rinascita, di una nuova Kesha, non sembra del tutto corretto, a meno che non la si identifichi ancora ed esclusivamente con pezzi come “Tik Tok” e “Die Young” senza aver mai dato un ascolto a quella buona metà del precedente “Warrior” che innescò appunto gli eventi di cui sopra.

Perché l’ossatura di questo nuovo disco si pone proprio come la naturale evoluzione, o meglio ancora, come la definitiva affermazione di quegli intenti, esaltando strumenti classici, atmosfere vintage e tradizione cantautorale a discapito delle ingombranti impalcature Edm proprie di Dr.Luke.
Tra teneri ma fieri quadretti acustici (“Bastards” e “Godzilla”), alcoliche cavalcate rock’n’roll (“Let ‘Em Talk” con gli Eagles of Death Metal e una “Woman” che non dispiacerebbe a Beth Ditto), divertiti country-stomper (“Hunt You Down” e “Boogie Feet”) fino all’inevitabile ma scontato duetto con Dolly Parton e a un paio di sentite ma ingessate ballate psych-soul (“Praying” e una title track coadiuvata da Ben Folds) sono poche le possibili hit che potrebbero rivaleggiare coi suoi vecchi tormentoni.
Forse giusto l’ipnotica “Hymn”, dalla biascicata cadenza hip-hop, e l’irresistibile svolgimento pop di “Learn To Let Go” avrebbero le carte in regola per far breccia nella classifiche, se solo il loro vestito sonoro non suonasse ormai un po’ vetusto.

Il più recente parallelo che viene in mente è quello col non troppo fortunato “Joanne” di Lady Gaga, anche se laddove il progetto della Germanotta profumava di posa studiata a tavolino, questo “Rainbow” puzza di viscerale franchezza e di un lento e graduale percorso (dopotutto la Sebert è figlia di una nota country-singer).
Basterebbe forse questo per giustificare l’incredibile acclamazione riservatagli dalla critica anglosassone. Eppure viene spontaneamente da chiedersi se un disco del genere, sicuramente godibile ma non troppo originale nel risultato, avrebbe ricevuto la stessa attenzione e lo stesso trattamento se a realizzarlo fosse stata una popstar con alle spalle un vissuto meno problematico e pruriginoso.

In fin dei conti, abbiamo già osservato recentemente come una focosa lite familiare in ascensore abbia influito quanto le canzoni (se non addirittura di più) nel decretare il successo critico di tre acclamati bestseller, di come ormai l’evento, la rilevanza social e il messaggio veicolato spesso contino più della musica in sé per decidere se decretarla di valore e cool oppure no.
Chissà se in futuro la spericolata Kesha riuscirà a ribellarsi anche a questo nuovo estabilishment.

(16/08/2017)



  • Tracklist
  1. Bastards
  2. Let ‘Em Talk feat. Eagles Of Death Metal
  3. Woman feat. The Dap-Kings Horns
  4. Hymn
  5. Praying
  6. Learn To Let Go
  7. Finding You
  8. Rainbow
  9. Hunt You Down
  10. Boogie Feet feat. Eagles Of Death Metal
  11. Boots
  12. Old Flames ( Can’t Hold A Candel To You) feat. Dolly Parton
  13. Godzilla
  14. Spaceship






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