Laibach

Also Sprach Zarathustra

2017 (Mute) | industrial

I Laibach sono i Laibach. Pur rinnovando ad ogni uscita il loro ampissimo spettro di influenze, il gruppo sloveno, nato 35 anni fa nella Jugoslavia di Tito (nella cittadina industriale di Trbovlje, per la precisone) è sempre rimasto fedele al monumento che ha eretto a sé stesso. Sia che mettano in scena sinfonie marziali post-industriali, sia che rielaborino con il loro stile inconfondibile brani di Beatles, Rolling Stones, Europe, Queen, ecc., i Laibach suoneranno sempre fedeli alla loro linea, abili e capaci di vampirizzare l’ideologia dominante, la società consumistica e la cultura popolare, trasformando il tutto nell’espressione di un "immutabile urlo totalitario". Il collettivo rinasce ogni volta dalle sue ceneri, mutando e adattandosi ma ponendosi sempre programmaticamente "al di là del bene e del male".

"Also Sprach Zarathustra", uscito il 14 luglio 2017 per Mute Records, è basato sull'omonimo libro di Friedrich Nietzsche. L'album mette in scena un riadattamento delle musiche composte dal combo sloveno nel 2016, per lo spettacolo "Thus Spoke Zarathustra" del regista Matjaž Berger, andato in scena nel teatro Anton Podbevšek (APT) a Novo Mesto, in Slovenia. I fan di vecchia data ricorderanno senz'altro l'album del 1996 "Also Sprach Johann Paul II", realizzato da 300,000 V.K., side-project dei Laibach, ma qui il risultato non va affatto nella direzione di una techno-trance-industrial con campionamenti di brani di Richard Strauss. Piuttosto, siamo dalle parti della colonna sonora del "Macbeth" realizzata dal gruppo nel 1989, manifesto neoclassico e marziale a cui tanti artisti Martial Industrial si ispireranno negli anni Novanta. "Also Sprach Zarathustra" suona come un ritorno alle origini, al loro sound dei primissimi anni Ottanta che, però, qui suona molto più ansiogeno, frammentato e minimale, a tratti con inquietanti venature post-industrial dub, come avviene in "Das Nachtlied I" e soprattutto " Das Nachtlied II".

Su "Ein Untergang" e "Ein Verkundiger" si estrapolano frasi tratte dal libro di Nietzsche spalmate su mantra post-industriali e siparietti di musica concreta alla Einstürzende Neubauten. "Ein Verkündiger", ad esempio, avanza lenta ma inesorabile nel suo incedere tra gong e clangori di spade affilate. I Laibach si muovono attraverso una visione rigidamente costruttivista, il cui processo compositivo - a vocazione industriale - è una sorta di "ready-made" di tutto ciò che appare come totalizzante e antidialettico, gravitante nella cultura popolare e nei media. Sempre capaci di mobilitare visioni del passato filtrate da discorsi di propaganda provenienti da diverse estrazioni politiche e geografiche, dalla Jugoslavia sino alla Corea del Nord, passando per la Germania, gli Usa e la Russia.
Anche l'ultimo album non fa eccezione ma quest'ultimo lavoro appare musicalmente più interessante rispetto alle incursioni nel "pop nell'era del clickbait" del precedente "Spectre", con la sola "Vor Sonnen-Aufgang" a ricordare il passato recente, tra "Volk" e la colonna sonora del film "Iron Sky". Siamo di fronte a un album che, guardando al passato, in una sorta di "eterno ritorno" strizza anche l'occhio alla contemporanea ricerca elettronica post-industriale, tanto che non sfigurerebbe nemmeno al Berlin Atonal.

Concettualmente il disco, se ce ne fosse ancora bisogno, ribadisce uno dei pilastri filosofici e concettuali del gruppo sloveno (e anche della musica industrial in generale): il superamento dell'Umano, di quel funambolo sospeso sull'abisso tra la bestia e l'Übermensch, magari oggi proteso verso qualcosa ancora al di là da venire, in piedi sulle macerie del globalismo neoliberista o forse solo in attesa di qualcosa di più adatto ai nostri "tempi interessanti".

(20/07/2017)



  • Tracklist
1. Vor Sonnen-Untergang
2. Ein Untergang
3. Die Unschuld I
4. Ein Verkündiger
5. Von Gipfel Zu Gipfel
6. Das Glück
7. Das Nachtlied I
8. Das Nachtlied II
9. Die Unschuld II
10. Als Geist
11. Vor Sonnen-Aufgang
12. Von Den Drei Verwandlungen
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