Liam Gallagher

As You Were

2017 (Warner) | pop-rock, singer/songwriter

Non è tanto importante decidere quando gli Oasis si sono sciolti: se nel 2009, così come dichiarano le discografie; se nel 2000, quando hanno cambiato font, grafica e line-up, con una fanbase ormai fuori dall'adolescenza; o addirittura dopo Knebworth, un trionfo che sapeva di epitaffio. Per i fan, dopo l'ultimo ritrovo collettivo di una generazione che mai sarà così compatta, di nuovo, il fatto che i fratelli Gallagher esistano ancora è ormai non solo una promessa recondita che un concerto del genere possa accadere di nuovo, ma è una prova tangibile che la propria giovinezza è esistita, e che forse è esistita in modo anche più glorioso di quanto è veramente stata. Forse per questo il credito che sembrano riscuotere presso i propri fan sembra inesauribile come per nessun'altra band (fantasma, in questo caso) contemporanea.
Se l'esordio solista di Liam Gallagher deve insomma essere considerato come una semplice prova ontologica, allora è perfetto: è proprio una carta d'identità, anzi un distintivo, per rimanere fedeli al titolo militaresco. Non priva però di un maquillage sonoro ed estetico che stride non poco con quanto ci si aspetta da Our Kid, e il fatto che la traccia migliore di gran lunga suoni, al netto dell'interpretazione sboccata e diretta, come un ripoff dei Boyzone di "Don't Look Back In Anger" ("For What It's Worth"), dice tutto di quanto l'immagine di Liam e di questo disco dipendano effettivamente dal suo contenuto.

Una carta d'identità che fa 45 anni, quest'anno, e l'età non fa sconti: certi arrangiamenti, come quelli del singolo "Wall Of Glass", col suo riffone alla Auerbach e le luci stroboscopiche, sono l'equivalente di un quarantenne che cerca di sentirsi ancora giovane. Tutto il disco, in realtà, suona come una performance un po' sgraziata e nostalgica, sorretta dalle stampelle della scenografia imbastita dal team di produttori, con uno stile giovanilistico e posticcio-rock di un riarrangiamento per un'esibizione a X-Factor (esemplare la coda corale "con nani e ballerine" di "Bold").
Sul piano della scrittura, diciamolo, già nei dischi degli Oasis i suoi brani sembravano degli incoraggiamenti "dovuti" ("Songbird", "Little James", la stessa "Born On A Different Cloud", salutata come lo sbocciare di un genio, non era che una ben accolta testimonianza di attività cerebrale, anche se qui sfigurerebbe in positivo), nonostante certamente Liam non sia l'unico dei fratelli a spacciare paccottiglia nostalgica nella sua carriera post-Oasis. Qui, però, il divario anche solo tra due riempitivi scritti da altri, con un diverso senso della composizione chitarristica (ammiccando al pubblico americano con l'Elliott Smith di "Paper Crown", e con il revival anni 70 di "Chinatown") e le spavalde, recalcitranti e in ultima analisi anti-musicali litanie di Liam è ai limiti dell'imbarazzo, come se uno provasse a scolpire una statuetta con uno scalpellino in un caso, con un'accetta in un altro.
I fan degli Oasis in questo riconoscono l'attitudine, la purezza grezza e immediata dei brani storici: i refrain di "As You Were" saranno anche elementari mash-up di brani già scritti, tenuti insieme alla bell'e meglio da qualche lampo di aggressività e citazionismo (la comunque orrenda "You Better Run", oltre alle varie rock-eggiate da novello Elvis, come l'altrettanto orrenda "I'll Get By", ennesima variazione sul tema di Liam), condite di ormai obsoleti riferimenti rockettari ("Greedy Soul", che non si preoccupa neanche di cambiare l'arrangiamento di handclap, 4/4, armonica, "riffotto" e coretti di più o meno tutti i singoli di lancio degli ultimi Oasis, figuriamoci la melodia), ma solo il brivido di sentire Liam cantare certe note, certe sequenze è sufficiente a riaccendere la memoria, la speranza. Che però esistono anche senza questo disco.

Non fa insomma neanche scalpore il "record" di vendite del disco (ben venga, ma adesso basta poco, per la verità), dato lo stato dell'industria musicale, ma soprattutto date le caratteristiche della fanbase degli Oasis. Quello dei Gallagher rimane un mondo consolante, perché sempre uguale a se stesso, anche fuori dalla musica: essi stessi, insieme ai fan, vivono una sindrome di Peter Pan collettiva da cui preferiscono, comprensibilmente, non svegliarsi.
Per questo la copertina del disco e la decisione di esordire da solista, col proprio nome, senza l'inutile capriccio di fondare una nuova band (che non poteva comunque suonare, già nelle intenzioni, se non come una triste cover band di paese), è azzeccato nel tracciare i confini di questo mondo: quelli insindacabili e tracotanti, nel bene e nel male, di un solo essere, un mondo costruito a immagine e somiglianza di una sola persona. Tracciando inoltre, inconsapevolmente o no, i confini entro i quali termina l'arte e inizia il culto.

(16/10/2017)



  • Tracklist
  1. Wall of Glass
  2. Bold
  3. Greedy Soul
  4. Paper Crown
  5. For What It's Worth
  6. When I'm In Need
  7. You Better Run
  8. I Get By
  9. Chinatown
  10. Come Back to Me
  11. Universal Gleam
  12. I've All I Need
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