Lingua Ignota

All Bitches Die

2017 (autoproduzione) | gothic, neoclassical, noise

Artista multimediale di Providence, alle spalle diversi lavori-installazioni (“Archer”, “Betablocker”, “Domino Dad Sabertooth”), e studentessa alla Brown University, Kristin Hayter si laurea con una tesi monumentale di diecimila pagine, “Burn Everything Trust No One Kill Yourself” (2016), dalla quale derivano una nuova installazione audiovisiva e, soprattutto, un ciclo di canzoni basato sulla “Sagra della Primavera” di Stravinskij che fa da base al suo primo parto da compositrice a nome Lingua Ignota, “Let The Evil Of His Own Lips Cover Him” (2017).

Il suo primo inferno personale, i quattordici minuti di “That He May Not Rise Again”, e l’album “All Bitches Die”, le fanno da manifesto. Due registri dialogano con disparità d’intenti, persino schizofrenicamente: il cyber-doom satanico femminile reinventato da Pharmakon e un dolente lied elisabettiano per piano e voce.
In “Woe To All” (quindici minuti), apertura e fulgore del disco, le due componenti si prendono i rispettivi tempi per evocare eternità e caos. Nella title track in forma di romanza, preghiera Patti Smith-iana ondulante e aurorale, il lied balza in primo piano, solo osteggiato da toni mediorientali e interferenze elettroniche; indi le forze si risvegliano, lo spompano e lo volgono a martirio, ambendo a sovrapporre estasi lirica e tormento cacofonico, fino a una ripresa ancor più operistica, una pura invocazione.

In “For I Am The Light”, campionamenti di canti di chiesa e omelie sono letteralmente schiantati da un bombardamento “liturgico”, un musical Meat Loaf-iano sfregiato, abbrutito, disperato e strillato, ma pregno di una dignità sempre epica e marziale, infine ustionato da una distorsione ancor più tremenda quando risuscita come semplice cantico spiritual. Inevitabile, alla fine, sprofondare nel bozzetto pianistico “Holy Is The Name”, impalpabile e commosso, in cui non si sublima solo Enya ma un nudo vocalismo ancestrale.

Con i suoi limiti (e una produzione ancora ingenua), e forse non del tutto risolto sul piano estetico, è un vibrante, anche potente atto di contrizione messo in musica, tentacolare nel richiamare e asservirsi a piacimento di medioevo, rinascimento, moderno e postmoderno. Persino biblico nel suo vaticinio vocale (i titoli allungati e specificati tra parentesi fanno parte del fascino), ha in Hayter una cantante sempre tremendamente espressiva, che sia la raspa strega o la Callas sanguigna. Stampato per la prima volta su Cd nel 2018 con una bonus (“God Gave Me No Name”).

(13/12/2017)

  • Tracklist
  1. Woe To All (On The Day Of My Wrath)
  2. All Bitches Die (Bitches All Die Here)
  3. For I Am The Light (And Mine Is The Only Way Now)
  4. Holy Is The Name (Of My Ruthless Axe)
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Recensioni

LINGUA IGNOTA

Let the Evil of His Own Lips Cover Him

(2017 - autoprodotto)
Il temibile e commovente esordio della creatura di Kristin Hayter

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