Luna

A Sentimental Education

2017 (Double Feature) | dream-pop, alt-rock

Oh guarda, torna la “miglior band di cui non avete mai sentito parlare”.

Così il critico di Rolling Stone etichettò i Luna ai bei tempi, più o meno quando il progetto post-Galaxie 500 di Dean Wareham venne scelto nel 1993 da Lou Reed e John Cale per aprire i concerti dei redivivi Velvet Underground, di certo ben prima di un rompete le righe giunto poi nel 2005 a logoramento certificato. Dopo un decennio all’insegna dei lavori in solitaria o in sodalizio con la consorte, Britta Phillips, il musicista newyorkese deve esser caduto vittima della nostalgia e non ha saputo resistere alla tentazione del rilancio per una delle compagini più sottovalutate degli anni Novanta. Se l’immancabile serie di concerti che è seguita è valsa a ritrovare l’intesa, la prima uscita ufficiale che arriva oggi nei negozi va intesa nondimeno nella medesima ottica di riscaldamento, ulteriore segno di quella cautela che gli statunitensi hanno sempre incarnato in maniera proverbiale.

Fuori per Double Feature, “A Sentimental Education” è una raccolta di cover che, in linea con quanto evocato dal titolo, descrivono una formazione emozionale prima ancora che artistica, con una piccola antologia del cuore e una bella polaroid finale, scattata di propria mano e custodita gelosamente. La scelta dei riferimenti premia una sfilza di mostri sacri con recuperi non esattamente ovvi, ma anche un paio di chicche da intenditori (Mink Deville, Willie “Loco” Alexander): un’operazione simile, per indole soprattutto, a quella del Grant Lee Phillips di “Nineteeneighties”, solo con le radici ben piantate nei Settanta piuttosto che negli Ottanta (un po’ come avevano fatto i Vetiver con “Thing Of The Past”).

Le interpretazioni riescono particolarmente controllate, chiaroscurali ed eleganti, come quelle che marcarono l’esordio solista della Phillips lo scorso anno, senza strafare e senza eccedere in licenze poetiche. Dal canto suo, il Wareham cantante opta più che mai per il basso profilo, per le pose languide ma poco appariscenti, limitando slanci e seduzioni all’educato protagonismo di un’elettrica al solito levigatissima, contrappuntata a dovere dalle ombreggiature della sei corde di Sean Eden. Di pura sostanza e leggerezza il contributo della sezione ritmica, con il basso quantomai morbido di Britta e la batteria trasparente di Lee Wall che si fa strada a colpi di spazzola, più che altro. Ben altra la verve offerta dai due ospiti di grido, Grasshopper e Jonathan Donahue dei Mercury Rev, che nel 1991 vollero l’amico Wareham nei loro debutti a quarantacinque e trentatré giri, “Car Wash Hair” (riletta tutti assieme per l’occasione) e “Yerself Is Steam”.

Quasi immancabilmente fedeli agli originali anche per mood, i Luna incantano con garbo e sottile malia pur non infiammando le canzoni, rischiando anzi di tediare l’ascoltatore meno incline a sposare lo spirito di questi loro impliciti tributi sentimentali. Alle prese con un classicismo a tal punto disciplinato, la band appare forse invecchiata ma anche a proprio agio in piena comfort zone. L’eccelso mestiere e quel decorativismo umbratile, a tratti rasente il sublime, bilanciano l’assenza di colpi di genio o di meritorie uscite dal seminato.

Dean rivela qua e là una fragilità inattesa, ben sorretta però dall’equilibrio di una prova nel suo complesso ordinata, mai troppo appassionata, che ha il pregio di non offrire asilo a smargiassate da gigioni o sbavature marchiane. Così anche l’istrionismo solista è confinato in fugaci riserve e non ha modo di indispettire i più intransigenti. Un po’ di pepe arriva giusto in coda, con la calzante nevrosi devilleiana di “Let Me Dream If I Want To” e il finale inevitabilmente perturbato di una “Car Wash Hair” – come detto – evocativa secondo programma. Sugli scudi vanno la crepuscolare “Gin” di Alexander, gli scampoli di una psichedelia depurata dell’enfasi del Bowie giovane in “Letter To Hermione” e le notevoli fascinazioni anche corali di “Friends”, dai Velvet Underground apocrifi a guida Doug Yule, sempre sul crinale di una scintillante maniera, senza dimenticare gli Stones rivisitati di “(Walking Thru’ The) Sleepy City” con surplus di spessore grazie alla qualità affabulatoria di classe superiore del quartetto nordamericano, per un mantra tascabile di fattura davvero pregevole.

Accompagna l’uscita un Ep di inediti strumentali, “A Place Of Greater Safety”, come a volersi far perdonare l’assenza di brani originali: una piccola collezione di galoppate inclini ora a robuste atmosfere dreamy (“Captain Pentagon”), ora a una placida contemplazione (“GTX3”) o a un fin troppo morigerato jangle-pop (la title track). Nel complesso una diligente infilata di esercizi, un superbo campionario di tappezzerie sonore che ingolosisce senz’altro ma rimane pur sempre un fondale, più che il centro di una scena. Dalla “miglior band di cui non avevate forse mai sentito parlare", è lecito aspettare qualcosa in più per il futuro prossimo.

(14/11/2017)

  • Tracklist
A Sentimental Education

  1. Fire In Cairo
  2. Gin
  3. Friends
  4. One Together
  5. Most Of The Time
  6. Sweetness
  7. Letter To Hermione
  8. (Walking Thru’ The) Sleepy City
  9. Let Me Dream If I Want To
  10. Car Wash Hair

A Place Of Greater Safety

  1. GTX3
  2. A Place Of Greater Safety
  3. Captain Pentagon
  4. Around And Around
  5. Ides Of March Of The Trolls
  6. Spanish Odyssey
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