Lüüp

Canticles Of The Holy Scythe

2017 (I, Voidhanger) | chamber dark-folk

Un compositore sicuro dei propri mezzi espressivi non ha necessità di cambiare stile, ma semplicemente registro. In tal modo può realizzarsi uno scarto considerevole tra un’opera e l’altra, senza che per questo vengano meno il tratto e la sensibilità dell’autore.
Anche in termini temporali il polistrumentista greco Stelios Romaliadis mantiene una giusta distanza tra i suoi progetti a nome Lüüp: “Meadow Rituals”, ultimo gioiello discografico risalente a sei anni e mezzo fa, invocava le muse delle praterie e il melodioso soffio del vento in un compendio cameristico dal raro equilibrio.

Con “Canticles Of The Holy Scythe”, edito dall'occulta label italiana I, Voidhanger, il registro non soltanto si scurisce, ma precipita in tonalità abissali: contrabbassi, fagotti e oboi sono gli attori principali di questo nuovo, lugubre kammerspiel d’ispirazione esoterica. Assecondando fascinazioni gotiche da tempo fuori moda, unite a esplicite influenze black-metal, Romaliadis ci accompagna in questa inesorabile discesa nel maelstrom e affida i suoi inni mortiferi a voci esperte d’area dark estrema.
Dopo il lamento introduttivo, attinto dalla tradizione greca e intonato da un coro femminile a cappella, un greve e ostinato tema d’archi e fiati annuncia la performance di Sofia Sarri (quest’anno all’esordio con “Euphoria”), il cui velenoso recitarcantando parrebbe sorgere dallo stesso girone infernale di Diamanda Galás e Runhild Gammelsæter; figure demoniche contenute nella Cabala vengono richiamate con formule solenni rese note dai racconti del Necronomicon di H.P. Lovecraft e dagli studi sulla magia nera di Aleister Crowley, mentre infuriano digressioni vicine agli Apocalyptica dei tempi andati di “Inquisition Symphony”.

La possenza ritmica ereditata da Stravinsky si alterna all’inquieta e mutevole stasi di György Ligeti e del conte Giacinto Scelsi: è quest’ultimo il caso dell’imponente bordone che sostiene “The Greater Holy Assembly”, sul quale svetta il canto gutturale di Sakis Tolis, vocalist dei Rotting Christ – atmosfera che guarda da vicino ai rituali di Attila Csihar con i Sunn O))).
A mo’ di intermezzo, “Noctivagus” ricolloca i quintetti di fiati schoenberghiani in un’atmosfera arcigna ed enigmatica, preludio all’ingresso in scena della Morte in persona: il monologo di “Stibium” coniuga il teatro crudele teorizzato da Antonin Artaud con le raggelanti doti espressive di Bjørn “Aldrahn” Dencker (ex-Dødheimsgard), mentre la formazione al completo arde in un nuovo compendio strumentale che conduce all’estrema consolazione del finale – una lacrimosa aria per piano e voce.

La squisitezza della scrittura di Romaliadis rielabora estetiche consolidate ma sfugge al luogo comune, ottenendo l’effetto di un convincente maledettismo. L’intensità di “Canticles” deriva anche dalla sua rara sintesi, addensando suggestioni come nei capitoli di un manuale iniziatico per rituali alchemici. Di qui si va ne la città dolente: accomodatevi.

(04/12/2017)

  • Tracklist
  1. I. Γιατί Είναι Μαύρα τα Βουνά (Why Are The Mountains Black)
  2. II. 9˚=2˚ (Κόγξ ὀμ Πὰξ)
  3. III. The Greater Holy Assembly (Ha Idra Rabba Qadisha)
  4. IV. Noctivagus (Apparition of Death)
  5. V. Stibium (Triumph of Death)
  6. VI. Зона (Mors Consolatrix)




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