Mark Lanegan Band

Gargoyle

2017 (Heavenly) | alt-rock, songwriter

Drunk on destruction
Feel I'm fading away
Death is my due
How I never wondered
Turning the screw
Into the dirt
("Drunk On Destruction")
È straziante parlarne ora, proprio quando un altro tassello dell'epopea grunge è caduto per sempre, schiacciato sotto il peso della presunta depressione. Dopo le dolorosissime perdite di Andy Wood, Kurt Cobain, Layne Staley, Scott Weiland e - notizia di questi giorni - Chris Cornell, si assottiglia sempre più la schiera di quella generazione di eroi del rock contemporaneo, sbocciati nel nord-ovest degli Stati Uniti, ancora in vita.
Eddie Vedder fra questi è il più rappresentativo, poi ci sono l'incorruttibile Mark Arm e - citiamo giusto i più noti - colui che alla distanza sta uscendo qualitativamente meglio, Mark Lanegan, forte di un filotto vincente, fra i migliori della sua carriera, intrapreso da "Blues Funeral", proseguito con "Phantom Radio" e confermato dalle dieci canzoni di "Gargoyle".

Tre album che hanno portato nuove speziature al sofferto rock-blues metropolitano di Lanegan: al primo impatto "Gargoyle" potrebbe apparire il meno brillante dei tre, il proverbiale lavoro di transizione, in realtà si distingue come il meno facilmente catalogabile, ma pur sempre in grado di mantenere intatta l'innata capacità di infilarsi dannatamente sottopelle, ascolto dopo ascolto.
La scrittura è un affare a tre: il nuovo chitarrista Rob Marshall (già con l'alt-rock band inglese Exit Calm) porta in dotazione nuova linfa vitale fornendo un contributo determinante nei sei brani che ha co-firmato; sugli altri il co-autore è Alain Johannes (al quale è affidata anche la produzione), responsabile quasi esclusivamente degli episodi più umbratili, "Blue Blue Sea", "Sister" e "First Day Of Winter", quelli che mantengono Lanegan legato alla tradizione.

Quando uniscono le forze, si raggiungono i risultati migliori, nelle prime due tracce, dove meglio viene definito sia il sound sia la poetica del disco, palesando quanto i demoni sullo sfondo continuino a essere ben presenti ("Devil lives in anything", canta Mark nell'iniziale "Death's Head Tattoo", mirabile, con quell'atmosfera di costante elettrica tensione, di pericolo imminente), emergendo vividi col sopraggiungere delle tenebre ("Midnight calling to colour me insane", sentenzia nella successiva "Nocturne", pazzescamente bella, incipit sulle note di un basso inequivocabilmente darkwave: post-atomico nell'incedere ed epico nel chorus, è questo il nuovo classico di Lanegan, in grado di rinnovare i fasti della "Grey Goes Black" di cinque anni fa).
Sempre pronto a indagare il lato selvaggio dell'esistenza umana (la prima strofa cantata nel disco è non a caso "Wild Thing"...), le difficoltà, le dipendenze, le ossessioni, Lanegan sa riservare momenti di poetica dolcezza ("Goodbye To Beauty") alternati a rotondi alt-rock suonati al massimo ("Beehive", "Old Swan") e - come se non bastasse - con "Drunk On Destruction" si riserva il gusto di mettere in carniere uno stadium rock alla maniera degli U2 di un tempo.

La voce (baritonale ma questa volta meno greve del solito) resta l'inconfondibile marchio di fabbrica, ma "Gargoyle" prende slancio anche grazie all'importanza del parterre coinvolto: oltre al fedele trittico composto da Greg Dulli, Josh Homme e Duke Garwood, troviamo - fra gli altri - Jack Irons dietro le pelli (lì dove non si ricorre a batterie elettroniche precampionate) e Martyn LeNoble (Porno For Pyros) al basso.
Fosse uscito qualche settimana più tardi, probabilmente "Gargoyle" sarebbe stato dedicato alla memoria di Cornell, ma pur svincolato da questo tragico avvenimento s'impone come l'ennesima testimonianza di invidiabile vitalità da parte di uno dei più grandi sopravvissuti del rock contemporaneo: ai tempi di "Songs For The Deaf" in pochi ci avrebbero scommesso su.

Con tutte le assenze che si sono palesate, oggi ci aggrappiamo ancor più forte a Mark: per alcuni uno zio di mezza età, per molti un fratello maggiore che ci accompagna fra mille avventure da quasi trent'anni, in tutte le sue trasmutazioni artistiche, in tutte le sue mille collaborazioni.
Ritrovarlo in maniera costante su questi livelli è un prodigio che vogliamo goderci in diretta, perché troppo spesso il pubblico riconoscimento di una grande carriera arriva disgraziatamente tardi.

(24/05/2017)

  • Tracklist
  1. Death's Head Tattoo
  2. Nocturne
  3. Blue Blue Sea
  4. Beehive
  5. Sister
  6. Emperor
  7. Goodbye To Beauty
  8. Drunk On Destruction
  9. First Day Of Winter
  10. Old Swan


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