Mary Epworth

Elytral

2017 (Sunday Best) | electropop, songwriter

Se vi aspettavate un sequel, o comunque un'evoluzione sulla falsariga del magico cantautorato espresso cinque anni fa nell'eccellente esordio "Dream Life", preparatevi a restare a bocca asciutta. Del folk onirico, cadenzato da spunti soul e psichedelici, che aveva animato le dodici canzoni del precedente album, in "Elytral" non se ne ritrova se non tracce sparute, comunque opportunamente ritoccate in occasione di un sophomore che definire spiazzante suona quasi come un eufemismo. La traccia d'apertura, per la precisione il suo titolo, racconta molto dell'incredibile cambio di rotta e della filosofia alla base del nuovo lavoro: non che in passato a predominare fosse stata la lacca o comunque la produzione curata al millisecondo, tuttavia la Mary Epworth del 2017 presenta realmente una ruvidezza inusitata, adopera il lato più brusco e ispido della propria creatività, per un album dedito generalmente a un electro-pop massimalista e imponente, che riempie ogni spazio a sua disposizione attraverso composizioni elaborate e dalla notevole ispirazione prog. L'immersione nel nuovo abito stilistico e lirico è totale: tra synth vintage che tracciano più di un parallelo con gli Stereolab e la loro erede spirituale Jane Weaver, poderosi ostinati ritmici, linee vocali manipolate e filtrate fino ad assumere esse stesse fattezze strumentali, il discorso introdotto con "Elytral" racconta, anche con una discreta dose di rabbia, dell'esigenza di andare oltre gli steccati più o meno autoimposti e di sconfinare verso l'ignoto, anche a costo di cadere rovinosamente. Se è vero che questo scenario di caduta sembra vigere per la stragrande maggioranza del nuovo album, nondimeno risulta rinfrancante l'aura di libertà che pervade ogni singola canzone.

Se di coraggio se ne individua insomma a tonnellate, a mancare sono, e ci scuserete per il cliché, proprio le canzoni, pezzi che sappiano andare oltre il loro luccicante vestito, talvolta neppure il più esaltante possibile. Se "Me Swimming" aveva comunque svolto dignitosamente il suo ruolo di apripista, fondendo in un unicum avvincente bassi zompettanti, beat dal sapore simil-krauto e una melodia in continuo divenire, sospinta da un interessante crescendo vocale e da belle deviazioni di scrittura, non si può purtroppo dire lo stesso per tanti altri brani, in cui spesso la sensazione è quella di ascoltare costruzioni concepite per il solo gusto di stupire, e poco oltre.
"Last Night" funziona perfettamente nella prima metà, grazie a un sapiente minimalismo che coniuga a sparute linee di basso e a sommesse pulsazioni una linea vocale che affiora appena, dalle sinistre striature wave, tuttavia la voglia di strafare prende il sopravvento e il tutto si evolve in una rabbiosa, ma anche inconcludente cacofonia per synth e sassofono, quasi si trattasse di una personale rilettura delle più sfrontate pagine del free-jazz. Allo stesso modo è quasi più per l'avvincente poliritmia di fondo (costruita con gradualità e impeccabile savoir-faire) che la conclusiva "Surprise Yourself" acquista spessore, disperso per il resto tra stridenti divagazioni sintetiche e dispensabili ovattature interpretative.

In questo tripudio di espedienti e soluzioni compositive, la situazione volge al meglio quando la scrittura di Epworth non risulta troppo soffocata dalla fittissima cornice estetica, quando trova maggiore libertà di movimento e un attimo di respiro prima di affogare di nuovo nel marasma elettronico di base. Non che questo significhi un ritorno alle "origini" (d'altronde avrebbe avuto poco senso), tuttavia sfuggenti ballate come "Watching The Sun Go Down", sorretta giusto da una drum machine e qualche filo di synth (prima della chiusura barocca per oboe e campionamenti urbani), o la successiva "One Big Wave", poderoso saggio di electropop dalle nuance dreamy, mostrano che la scintilla risulta ancora capace di ardere, presentando una penna affilata come in precedenza.
Guardando altrove, tra ammiccamenti all'electroclash à-la Goldfrapp altezza "Black Cherry" ("Turned It Down", disturbata dai trattamenti troppo invasivi sulla voce), e rimbalzi ritmici su cui architettare bizzarri ritorni agli anni 70 (i synth modulari di "Bring Me The Fever"), si ha una visione perfetta dell'incontenibile desiderio di espansione e di abbattimento di schemi e steccati programmaticamente ricercato dall'artista britannica. Nonostante l'intenso sforzo concettuale e produttivo, a "Elytral" manca però totalmente quell'incontenibile freschezza che non abbandonava nemmeno un secondo le trame di "Dream Life", quel trasporto di cui era intrisa ogni singola canzone. Non si può comunque non applaudire una presa di posizione così radicale, e constatare come anche in una prova tutt'altro che a fuoco l'ambizione di Mary Epworth sia parte centrale del discorso: quel che ci si augura per le prove future è che tale energia trovi semplicemente un'esecuzione degna della sua tempra.

(12/09/2017)

  • Tracklist
  1. Gone Rough
  2. Last Night
  3. Me Swimming
  4. Watching The Sun Go Down
  5. One Big Wave
  6. Bring Me The Fever
  7. Turned It Down
  8. Towards The Dawn
  9. Lost Everything
  10. Surprise Yourself


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