Mondo Grosso

Nandodemo atarashiku umareru

2017 (Cutting Edge) | art pop, electropop

Shinichi Osawa è un musicista e dj giapponese, attivo dal 1991, da quando cioè ha dato vita al progetto Mondo Grosso, a Kyoto. Inizialmente aveva una vera e propria band a supportarlo, che ha poi sciolto, pur continuando a pubblicare col moniker a partire dal 1996. La band proponeva una formula in bilico tra acid jazz e Shibuya kei, filone in cui si poteva inserire grazie soprattutto a diverse trovate umoristiche tipiche del genere (condivideva infatti l’italianità del nome con i vari Pizzicato Five e Cibo Matto). Abbandonata la formazione, ha anche cambiato stile, cimentandosi sempre di più con vari tipi di sonorità elettroniche.
È un artista di culto, non famosissimo ma capace di entrare ai bordi della top 10  e con un forte seguito in particolare nei festival di musica elettronica, dove fa spesso da headliner.

Con alle spalle una carriera consolidata e di successo, Mondo Grosso giunge quindi al suo settimo album, dopo uno iato di ben quattordici anni dal precedente "Henshin" (pur con una parentesi col proprio nome di nascita nel mezzo), decidendo di mettere in campo tutti i frutti della sua esperienza nel definitivo suggello di maturità artistica, per la prima volta pensato interamente in lingua giapponese.
Ad essere onesto, raramente i miei pensieri sono positivi alla lettura di espressioni come "album della maturità", tuttavia non saprei descrivere diversamente un disco così stratificato e capace di coniare tanti stili e stati d’animo diversi, passando da toni ora malinconici, ora danzerecci, ora meditativi, tramite un’impalcatura sonora liquida, manifestata con una grazia delicata, in punta di piedi.
 
Intanto, ciò che salta immediatamente all’orecchio è la grande versatilità stilistica delle undici tracce presenti, frutto sicuramente della cultura musicale del suo autore: spaziando dall’indie-pop, alla house, sia storica che contemporanea, all’alternative r’n’b, a certe suggestioni dubstep, "Nandodemo atarashiku umareru" (in kanji "何度でも新しく生まれる") sembra andare a comporre un inno a una Tokyo notturna, magari in un viaggio metropolitano solitario, quando le abbaglianti luci della città ottundono i pensieri e placano i tormenti della faticosa routine. Un sentito tributo alla Chicago House come "Haru wa towa ni mezameru" trova perfetta collocazione all’interno di un simile contesto di escapismo metropolitano.
Si trovano poi canzoni come "Solitary" o "Late Night Blue" (nomen omen…), che sfoggiano virtuose scomposizioni elettroniche del suono, come le millimetriche gestioni dell’attacco dei synth, la cura maniacale con cui si lascia fluttuare la manopola del cut-off, dando un nuovo significato a quella sorta di "effetto-risucchio" tipico di tanta elettronica contemporanea, oppure ancora le svisate glitch che s’intromettono dispettose nello spettro sonoro. Tutto ciò genera un’efficace atmosfera scura, sospesa, quasi una risposta giapponese all’alternative r’n’b americano più sofisticato (si pensi a Kelela). 

Se è vero che l’album per lo più rispetta il dogma di Giorgio Moroder per cui la dance sia fondamentalmente il regno della vocalità femminile, le due deviazioni per voce maschile conferiscono all’opera una piacevole varietà di genere, contribuendo a rendere il disco ancora più universale: "Maigo no Astronauta" mescola sintetizzatori da trance anni Novanta con parti soliste di puro synth-pop e ritmi downtempo ipnotici e sensuali, mentre "See You Again" aggiorna il già classico uptempo dei Cut Copy mescolandolo alla sensibilità dei propri conterranei Sakanaction, in una pop-song orecchiabile e contagiosa.

Ci sono, ad ogni modo, alcune tracce (non a caso i tre singoli principali) che riescono a spiccare rispetto a qualunque scena o tendenza elettronica, soprattutto grazie a una componente prettamente "musicale" nell’accezione più fisicamente suonata del termine, che si sposa in maniera sorprendente con le varie tessiture digitali.
La canzone di apertura, "Time", stende fin dai primi istanti: lo splash della batteria introduce un sinuoso giro di basso, scheletro di una base fortemente memore del city-pop, tappeto ideale per strofe jazzate, interpretate con garbo da diva dall’esperta Bird (scoperta e lanciata a fine anni Novanta dallo stesso Osawa). L’imprevisto più inaspettato, però, avviene dopo il pre-chorus: anziché esplodere in un ritornello da cantare a pieni polmoni, tutta la base rallenta, quasi come se dal progetto di Logic o Pro Tools il nostro demiurgo avesse improvvisamente deciso di abbassare i bpm. Questo espediente non solo non si rivela una mera stranezza senza scopo, ma non fa altro che enfatizzare l’aurea fatalmente romantica di questa ottima opener.
Si potrebbe parlare per ore di "Wakusei Tantra": della frammentazione indietronica della batteria, delle textures di sitar manipolato che iniziano sottilmente a pervadere il pezzo a partire dalla seconda strofa, delle linee di chitarra elettrica che si sovrappongono a una di quelle melodie vocali in grado di stamparsi in testa dopo un solo ascolto, ma si rischierebbe di fare un disservizio a questo ottimo bignami di electropop contemporaneo immediato, dinamico, cristallino senza per questo scadere mai nella patinatura.
 
Capolavoro del disco è però "Labyrinth", in cui quelli che sembrano essere gli spettri di chitarre funky (in realtà, probabilmente dei sintetizzatori molto trattati) si rincorrono per i canali stereo, facendo da base a una batteria decisa ma instabile, schizofrenica nel suo incedere, e a un’interpretazione vocale carica di mistero. Qui più che altrove la ricchezza dell’arrangiamento è mirabile: si pensi, ad esempio, alla scala orientale di note di piano che s’impossessa della canzone a partire da 2'30'', a cui segue una ripresa del ritornello trasfigurata da archi holliwoodiani, giusto un attimo prima che la cassa in quattro quarti ricominci a dettare la sua legge inesorabile.
Clamoroso è poi il videoclip per questa canzone, in grado di creare anche i presupposti per l’analisi del disco nella sua interezza: in un paesaggio urbano comune, fatto di condominii a schiera, mercati all’aperto e insegne al neon, che riescono tuttavia ad assumere abbaglianti risvolti metafisici grazie al sapiente utilizzo della fotografia messo in campo. L’attrice Hikari Mitsushima, qui interprete del pezzo, danza estasiata, come una Kiesza nipponica caduta dal cielo. Alla stessa maniera si pone "Nandodemo atarashiku umareru", probabilmente l’album di musica "da laptop" più sottilmente impenetrabile e originale uscito quest’anno.

Without saying a word
Let’s kiss
And let me forget everything
Don’t stop
I want to keep swaying
I fall from the sky
("Labyrinth")

(17/12/2017)

  • Tracklist
  1. Time
  2. 春はトワに目覚める [Haru wa towa ni mezameru] (Ver. 2)
  3. ラビリンス [Labyrinth] (Album Mix)
  4. 迷子のアストゥルナウタ [Maigo no Astronauta]
  5. 惑星タントラ [Wakusei Tantra]
  6. Solitary
  7. Eraser
  8. See You Again
  9. Late Night Blue
  10. Gold
  11. 応答せよ [Outou seyo]


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