Moses Sumney

Aromanticism

2017 (Jagjaguwar) | songwriter

In un passaggio del "Simposio" di Platone, Aristòfane racconta le origini dell'amore. Secondo la sua mitologia greca, un tempo gli uomini erano esseri con quattro gambe, quattro braccia e ambo i sessi. Temendo il loro crescente potere, Zeus li tagliò in due, lasciando la testa rivolta verso l'interno per far contemplare in eterno il vuoto lasciato dalla metà mancante del proprio corpo. Gli uomini rimasero così dannati in eterno, costretti a sentirsi incompleti almeno fino al ritrovamento dell'altra metà. E nel momento in cui l'altra metà viene ritrovata, le due parti formano un abbraccio e uniscono le carni nel tentativo di ricostituirsi in un tutt'uno.

Nella Genesi, dopo aver creato Adamo (il prototipo), Dio si rende conto che egli necessita di una compagna. Toglie una costola dal corpo di Adamo e crea Eva, la compagna di una vita.

Tante storie sull'origine della nostra specie si basano su questa stessa forma di coesistenza - ognuno di noi ha un corpo uguale e opposto, un compagno di destino senza il quale siamo incompleti. La nostra moderna costruzione di romanticismo si basa ancora su questo paradigma; l'amore romantico è il premio ultimo dell'esistenza umana. Ma cosa succede se io non posso avere accesso a quel premio?
Non so voi, ma ci sono giornate durante le quali il punto interrogativo posto qui sopra dallo stesso Moses Sumney pesa come una pietra al collo (qui il testo intero). Almeno una volta nella vita vi sarete pur trovati di fronte all'eterno quesito sulla congenita solitudine dell'esistenza umana, a domandarvi se l'altra metà esiste davvero - e se sì, come trovarla? Eppure, pochi sembrano chiedersi le vere motivazioni dietro a tale ricerca che vadano oltre un mero bisogno evolutivo. Al mondo d'oggi è davvero necessario che la mancanza di un amore romantico (peraltro rigorosamente binario) oscuri a tutti i costi gli altri tipi di amore che pure riempiono la nostra vita di significato - tipo quello fraterno, materno, amichevole? In questa serie di dilemmi, l'aliena musica di "Aromanticism" fornisce una chiave di lettura curiosamente inusitata.
Badate bene, è assolutamente opportuno spiegare che le intenzioni di Moses non sono mosse dal cinismo di dimostrare a tutti i costi la dannazione della condizione umana, né tantomeno sembrano provenire da un'esperienza amorosa andata particolarmente male - questo non è un "Vulnicura", ma anzi, rimanendo in tema è buffo notare come proprio in questi giorni Moses stia proponendo dal vivo una bellissima versione del pezzo in assoluto più amorosamente romantico mai inciso da Bjork ormai ben oltre vent'anni fa. Allora forse la speranza è l'ultima a morire? Può darsi; "Aromanticism" ci porta in viaggio tra i risvolti filosofici della solitudine umana, tenendo di pari conto sia la mente razionale che il cuore ribelle e gli ormoni in subbuglio. La filiforme musicalità elettro/acustica che scaturisce dai solchi è incatalogabile tanto quanto il pulviscolo di dubbi esistenziali che viene sollevato minuto dopo minuto, ma la bellezza di questi rivoli sonori mostra un innegabile fascino.

Originario del Ghana ma trapiantato a Los Angeles, sguardo da modello e una voce cangiante che va dal soul di Nina Simone ai falsetti di Thom Yorke e dell'ancor più etereo e astratto Jonsi, Moses è quel cantore post-moderno che ha già collezionato l'amicizia di Sufjan Stevens e Beck, oltre ai plausi degli ascoltatori più attenti del settore, ma per una volta i motivi sono visibili a tutti. La costruzione dei suoi pezzi segue un flusso emotivo di libera rotta, l'uso della strumentazione è sempre e solo complementare all'andamento del brano, che si colora così solo battuta per battuta. Ma prestando la dovuta attenzione, ci si accorge che la cura compositiva è appagante tanto quanto le epidermiche atmosfere suggerite dal suono e la curiosità suscitata dai presupposti testuali.
Prendete d'esempio "Quarrel": nei suoi oltre sei minuti di durata, si passa da rintocchi di arpa neoclassica all'entrata di una ritmica corpulenta e indolente, mentre la voce vaga da un cullante intimismo al falsetto più astratto, e si conclude poi su una coda future-jazz dove fanno presenza sia il basso di Thundercat che le tastiere di Paris Strother. Niente male davvero avere due simili maghi della scena losangelina a far presenza sul proprio album di debutto, ma Moses non si lascia intimorire, la visione della sua arte va ben oltre la reverenza dell'ospite di turno (lo avevamo già capito dal modo in cui faceva lo scemo assieme a una certa Solange).
Altro pezzo topico è dunque "Lonely World" (già edito anno scorso sull'Ep "Lamentations"), sul quale ancora una volta troviamo Thundercat; Moses snocciola le proprie liriche su una timidissima linea di chitarra acustica, prima di progredire verso una vertiginosa cavalcata di basso e batteria mentre la voce viene avvolta da sciami di vocoder: è come se il synth-soul dell'"808" di Kanye West venisse passato alla centrifuga.

La meditazione subacquea di "Doomed" può essere invece presa a modello per illustrare il lato più astratto del disco - un pezzo dall'andamento radioheadiano, cantato con dolcezza infinita e accompagnato da uno dei video più particolari dell'anno. Ci sono pure accenni di moderno r&b in "Make Out In My Car", ma più che impiegare la seducente patina marpiona di un The Weeknd, Moses opta per stralci di rumori elettronici e l'uso di un flauto. "Don't Bother Calling" sembra giocare con soffici arrangiamenti d'archi in vecchia aria disneyana, e su atmosfere velatamente d'antan si posiziona pure la chitarra pigramente strimpellata di "Plastic", che accarezza una melodia che potrebbe esser stata cantata sia da Julie London che da Amy Winehouse - in questo caso il femmineo falsetto di Moses è un ulteriore valore aggiunto: nel momento in cui si tenta di trovare una catalogazione per il suo stato d'essere, lui scivola via tra le mani come un fresco velo di seta.

"Aromanticism" pone un sacco di domande, ma lascia a ognuno di noi il compito di farsi un'idea su quanto esposto. Con ogni probabilità, l'eterna ricerca dell'anima gemella continuerà ad affiggere il cuore di ognuno di noi, così come sembra affliggere lo stesso Moses, che non si sta certo presentando come l'eroe del momento. Ma l'ascolto di questo disco porta con sé un qualcosa di terapeutico, o per lo meno la consapevolezza di aver prestato attenzione anche a un'altra possibile versione dei fatti, uno stimolo capace di mettere in moto la corteccia cerebrale anche attraverso le nubi della solitudine. Per il resto, cuore e orecchie vengono ampiamente appagati minuto dopo minuto; una voce incatalogabile, sonorità eleganti e mai eccessive, trovate astruse ma sempre complementari al sentimento, rivoli di jazz, di soul e di folklore africano, tutto fuso assieme in un linguaggio ormai inscindibile e per questo qui catalogato solo come "songwriter". L'unica cosa da fare è lasciarsi irretire.

(25/09/2017)



  • Tracklist
  1. Man On The Moon (reprise)
  2. Don't Bother Calling
  3. Plastic
  4. Quarrel
  5. Stoicism
  6. Lonely World
  7. Make Out In My Car
  8. The Cocoon-Eyed Baby
  9. Doomed
  10. Indulge Me
  11. Self-Help Tape








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