Mount Eerie

A Crow Looked At Me

2017 (P. W. Elverum & Sun) | singer/songwriter

Sabato 9 luglio 2016 è giunto il tragico, esatto momento in cui Phil Elvrum ha conosciuto la morte, la "morte vera", e come da un'innocenza di bambino si è improvvisamente risvegliato in una scomoda adultità. La giovane moglie Geneviève è venuta a mancare per un cancro, lasciando incompleto un quadro domestico al quale si era da poco aggiunta una figlia.
Era non soltanto lecito, ma quasi scontato pensare che a ciò facesse seguito un lungo silenzio artistico e personale, e che una sensibilità come quella di Phil avrebbe trovato conforto soltanto nel riserbo e negli affetti rimasti a lui vicini. A fine gennaio, invece, l'annuncio di un'imminente uscita a nome Mount Eerie, e l'anteprima del suo intenso e commovente brano d'apertura.

Sapevo che non sarebbe stato facile parlare di questo album, un vaso nel quale Phil ha distillato solo la parte di quel dolore che si può quantomeno tentare di esprimere a parole. Ho avvicinato "A Crow Looked At Me" con la convinzione che tra i solchi di un disco non si possano leggere le lunghe giornate di reclusione, il vuoto fisico lasciato da chi non c'è più, l'innaturale e prematura rassegnazione di una bimba che ora non può correre a rifugiarsi dalla madre quando ne sente il bisogno. O forse sì: c'è anche questo in un'arte che purtroppo non invoca suggerimenti, non va a cercare la sua ispirazione poiché sgorga spontaneamente da una tragedia che le sta dinnanzi, impossibile da capire e da affrontare con lucidità.

Pur non essendo a conoscenza delle condizioni di salute di Geneviève Castrée - attiva dapprima come Woelv poi a nome Ô Paon sino al 2015 - non si può negare che nella recente scrittura di Phil fosse vieppiù emerso un divorante tumulto interiore, che ha trovato voce tanto nella saturazione swansiana di "Ocean Roar" quanto tra le righe delle pagine intimiste di "Sauna"; voci dall'orlo di uno strapiombo, sintomi e presagi che avrebbero trovato l'ineludibile conferma nel volo di corvi che funge da immagine guida per questo epitaffio, cucito nel silenzio delle mura private per autentica necessità di elaborazione e quasi al netto di fini artistici.
Death is real
Someone's there and then they're not
And it's not for singing about
It's not for making into art
When real death enters the house
All poetry is dumb
Ciò è del tutto evidente nell'accumulo di pensieri senza soluzione di continuità, a conti fatti un diario che segue i passi dell'isolamento che ha caratterizzato l'autunno successivo al luttuoso evento. Viene da pensare a "Dawn", scritto in circostanze analoghe ma per una scelta eremitica spontanea di Phil, circondato soltanto dal gelo invernale della Norvegia. Quella stessa chitarra - con qualche modesta base di drum machine e ancor meno abbellimenti o sovraincisioni - diviene ora il tramite più immediato e familiare per abbozzare i pochi accordi necessari a sostenere un cantato da sempre fragile eppure mai così arrendevole.

Non solo le già sporadiche rime, ma persino la musicalità viene a mancare nel flusso di poesia in prosa, finanche banale nel riportare scene di un quotidiano desertificato: la realtà, il micro-universo contemplato nel corso di un'intera carriera è d'improvviso spogliato della sua misteriosa fascinazione, che rivive unicamente nella proiezione dello stesso filtrata dal ricordo luminoso di Geneviève. Di qui la necessità, nonostante l'insopprimibile sconforto, di riportare nel mondo ogni frammento utile a non affievolirne l'immagine, l'impronta di una vita a tal punto significante per qualcun altro. Diviene volontà esplicita il non trattenere i ricordi, e anzi la loro elargizione al di là delle proprie forze e sensazioni contingenti, come un esercizio rituale per sciogliere un nodo soffocante.
I am a container of stories about you
And I bring you up repeatedly, uninvited to
Do the people around me want to keep hearing about my dead wife?
Or does the room go silent when I mention you?
Shining alive, I live with your absence
Credevo che oltrepassare la soglia di questo album sarebbe equivalso all'invasione di uno spazio sacro, e anche il lungo articolo di Pitchfork mi era parso come un'indebita messa a nudo sul triste accaduto. Oggi invece comprendo che per Phil tutto ciò equivale a un senso di responsabilità, all'eroico e onorevole compito di un padre vedovo che non ha mollato la presa, e che anche nella più profonda disperazione non ha perso di vista la fulgida bellezza di ciò che è rimasto. In virtù di questo, ogni nuovo giorno segna una vittoria sull'apparente necessità di annullarsi, e ogni canzone, per quanto scarna, rende conto del potere sovrannaturale di un amore concretamente salvifico, più reale della morte che ha tentato di sopraffarlo.
Today our daughter asked me if mama swims
I told her, "Yes, she does
And that's probably all she does
Now"
L'immagine di copertina riporta una poesia di Joanne Kyger, "Night Palace", datata a ottobre del 2003. La poetessa di generazione beat è scomparsa due giorni prima dell'uscita di "A Crow Looked At Me".

"La cosa migliore del passato/ è che è finito/ quando muori./ Ti risvegli/ dal sogno/ che è la tua vita./ Poi cresci/ e divieni post-umano/ in un passato che continua ad accadere/ davanti a te.

(24/03/2017)

  • Tracklist
  1. Real Death
  2. Seaweed
  3. Ravens
  4. Forest Fire
  5. Swims
  6. My Chasm
  7. When I Take Out The Garbage At Night
  8. Emptiness pt. 2
  9. Toothbrush/Trash
  10. Soria Moria
  11. Crow


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