Myrkur

Mareridt

2017 (Relapse) | dark-gothic, folk, post-black-metal

Myrkur è il nome dietro cui si cela l’artista danese Amalie Bruun. Dopo il full length di debutto, “M”, del 2015, prodotto da Krystoffer Rygg degli Ulver e con la partecipazione di Teloch dei Mayhem, la bionda valchiria torna con un nuovo album intitolato “Mareridt”. Anche questo disco esce per Relapse Records ma questa volta è stato prodotto da Randall Dunn dei Sunn O))).
Ricondurre il lavoro di Myrkur all’ambito del black metal è fuorviante e questa è sicuramente una premessa necessaria per sgombrare il campo da possibili equivoci. In quest’ultimo album in particolare, tracce di metallo nero sembrano emergere a tratti solo nei brani “Måneblôt”, “Elleskudt” e “Ulvinde”.

In generale, siamo in presenza di un disco più vicino al sound dark post-metal di un’artista come Chelsea Wolfe, unito a una fascinazione per le nordiche melodie auliche alla Anna von Hausswolff. Il tutto è immerso in una dimensione profondamente legata al folklore scandinavo, qui virato principalmente verso tematiche eteniste. Non a caso, uno degli strumenti suonati da Myrkur nel disco è una nyckelharpa, un antico strumento musicale ad arco che appartiene principalmente alla tradizione folklorica svedese ma presente anche in Danimarca.
Se “M” era un disco ancora incerto e frammentario nel mettere assieme le varie componenti della musica di Myrkur, “Mareridt” porta a una decisa maturazione e amalgama le varie componenti del sound della Bruun.
Registrato tra Copenaghen e Seattle, il nuovo lavoro sfoggia anche una collaborazione con Chelsea Wolfe, nell’ispirata ed eterea traccia intitolata "Funeral” e in "Kvindelil", quest'ultima presente solo nell'edizione deluxe dell'album.
Mareridt” in danese significa “incubo” e il disco, stando alle dichiarazioni della Bruun, è ispirato in massima parte alle paralisi ipnagogiche tra il sogno e la veglia, agli incubi che sembrano seguirci nel nostro letto al risveglio. È interessante notare come questo sia stato anche uno dei temi principali dietro ad “Abyss”, disco realizzato nel 2015 dalla Wolfe, evidentemente un altro punto di contatto che ha contribuito ad avvicinare le due artiste.

Rispetto alla componente più propriamente black, si può riconoscere una lontana eco degli Ulver di “Bergtatt” ma anche di un certo cascadian Usbm e di un black/neofolk in stile Agalloch, come avviene in “Gladiatrix”. A prevalere, però, e il lato più melodico legato al folk, con la rielaborazione di canti tradizionali, ad esempio “De Tre Piker”, o l’intermezzo strumentale di “Ktteren”, anch’esso ripreso dalla tradizione folklorica scandinava, tanto che non sfigurerebbe in un disco dei Garmarna.
La voce della Bruun, pur marginalizzando in parte lo scream, appare qui in tutta la sua versatilità (specie in brani come “The Serpent” e “Elleskudt”), anche quando il suo canto si staglia cristallino su uno sfondo di pianoforte e archi, come avviene in “Crown” e veniamo proiettati in una dimensione magica tra il sonno e la veglia.

Siamo di fronte a un ispirato ritorno che mostra la versatilità di un’artista che evidentemente è riuscita a mettere ben a fuoco un suo sound riconoscibile e vario, che guarda oggi più agli amanti di sonorità dark-gothic che ai fan del black-metal più tradizionale.

(08/12/2017)



  • Tracklist
  1. Mareridt
  2. Måneblôt
  3. The Serpent
  4. Crown
  5. Elleskudt
  6. De Tre Piker
  7. Funeral (featuring Chelsea Wolfe)
  8. Ulvinde  
  9. Gladiatrix  
  10. Kætteren
  11. Børnehjem
  12. Death Of Days
  13. Kvindelil (featuring Chelsea Wolfe)
  14. Løven
  15. Himlen blev sort
  16. Två Konungabarn




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