Nadine Shah

Holiday Destination

2017 (1965) | songwriter, post-punk, alt-rock

Fatalities in the water
Traffic jam by your side
Feed your son, feed your daughter
How you gonna sleep tonight?
The bad guys they are winning
And now we're worrying for our health
Damn your men, damn your women
Damn the children, damn yourselves
("Holiday Destination")
Raramente come in questi ultimi anni ci si è potuti rendere conto di quanto il male, in fondo, non punti ai massimi sistemi, ma sia cosa perlopiù quotidiana, spicciola, una questione profondamente banale, per menzionare il fondamentale testo di Hannah Arendt. È proprio a partire da un evento di ordinaria banalità, ma con una valenza simbolica capace di trascendere di spanne il fatto in quanto tale, che Nadine Shah ha tratto ispirazione per il suo nuovo progetto discografico, terzo di una serie che la pone ormai come una delle voci più importanti e peculiari dell'attuale panorama musicale britannico. Sullo sfondo della crisi umanitaria e dell'emergenza dei migranti che da anni interessa il Mediterraneo, alcuni turisti in vacanza sull'isola di Kos, trovatisi ad assistere in prima persona agli sbarchi di massa dei fuggiaschi siriani provenienti dalla Turchia, non appena furono interpellati sulla questione non tardarono ad affermare come l'intera situazione avesse finito col rovinare la loro vacanza. Della miseria e della sofferenza dei fuggiaschi menzione alcuna. Sulla base di queste interviste, e su un documentario per Al Jazeera dei campi profughi al confine tra Siria e Turchia effettuato da suo fratello (per il quale Shah ha curato il commento musicale) la cantautrice di origini pakistane e norvegesi, "immigrata di seconda generazione" come ha deciso di definirsi nonostante il suo background eminentemente britannico, firma con "Holiday Destination" il suo lavoro più politico e duro, un esemplare manifesto che coniuga particolare e universale sotto una visione unitaria e appassionata. Xenofobia, cronache di ordinario razzismo, rabbia, desolazione e allo stesso tempo speranza si riuniscono quindi sotto lo stesso tetto, in un ciclo di canzoni che vedono l'autrice appropriarsi di un linguaggio mai così diretto e immediato, in cui il messaggio giunge attraverso costruzioni melodiche e compositive tra le più pop e brillanti nel repertorio della musicista. La strada verso quell'Eldorado musicale che coniuga visione lirica a efficacia di scrittura può qui dirsi pienamente imboccata.

Non che nei precedenti lavori la sostanza lirica difettasse, anzi, nello scandagliare tematiche come la salute mentale e la morte la maturità d'approccio era più che evidente, eppure il balzo di qualità rappresentato da "Holiday Destination", nel mettersi in mostra come parte di un insieme ben più ampio e significativo, non lascia grosse possibilità di smentita. Le scelte espressive prettamente musicali seguono di conseguenza a ruota: se è vero che quelle chitarre lancinanti e sofferte, a un passo dall'industrial-rock, fanno parte del background strumentale di Shah sin dagli esordi (il fido collaboratore e co-produttore Ben Hillier la accompagna sin dalla concezione di "Love Your Dum And Mad"), e che i contatti con il rock gotico sono sempre stati evidenti anche nelle più spoglie ballate pianistiche, l'enfasi data ai riferimenti più wave del suo suono raggiunge in questo disco il proprio apice, sviluppandosi in mille rivoli diversi. Tenendo fede all'intento di una maggiore immediatezza, i pattern ritmici si fanno più ostinati e presenti, basso e chitarre scoprono senza remore le ammalianti possibilità del groove, le melodie si fanno più delineate e accessibili, non per questo perdendosi in facilonerie di poco conto. Anzi, se per questo la maggiore linearità d'impianto comporta un'ulteriore compenetrazione tra significato e significante, parti di un tutto da cui risultano entrambe rafforzate, strumenti al servizio di un'incontenibile spinta comunicativa.

In "Place Like This" (l'immedesimazione con le macerie illustrate in copertina viene quasi spontanea) il tono lugubre e cavernoso dell'apertura dà spazio a lucidi stacchi ritmici e chitarre in vena di funk latino, in un gioco di contrasti su cui l'interpretazione di Shah poggia con decisione e severità, cantando di sradicamento e accoglienza in terra straniera, spegnendosi prima del finale per lasciare che la chiusura venga lasciata a un corteo di protesta, marciante al grido di: "Refugees are welcome here!".
L'alternanza tra durezza della narrazione e umanità del sottotesto permea gran parte dell'opera, lasciando intendere come in fondo per l'autrice si possa e si debba lottare quotidianamente per evitare che la logica della prevaricazione diventi realmente all'ordine del giorno: nella stessa title track menzionata all'inizio della recensione l'ostinazione con cui viene ripetuta la frase "How you gonna sleep tonight?" non soltanto fa menzione delle tragiche condizioni di vita dei rifugiati, ma instilla nell'apatico Occidente il seme dell'inquietudine e della solidarietà, di fronte a una situazione che tocca più nel profondo di quanto si possa pensare. Un testo forte, scandito da una melodia dalle chiare pretese pop (siamo ai livelli di una "Fool", per intenderci), in cui però la dissonanza dell'arrangiamento rimanda alle migliori pagine di Siouxsie Sioux, sviluppando una sorta di disturbante godimento. Se quindi "Evil" denuncia senza sconti il razzismo registrato dalla songstress da parte dei suoi compatrioti, muovendosi tra jangle cigolanti, bassi massicci e improvvise scariche di rumore, in perfetta aderenza all'estetica dell'inquietudine ricercata sin dal principio, lo sguardo si allarga ulteriormente e abbraccia lo scenario politico internazionale, tra stoccate alla condotta di Trump ("Yes Men") e la ribalta sempre più preoccupante delle destre nazionaliste ("2016"), muovendosi su temi così scottanti con estrema facilità compositiva, in un prestigioso carnet di melodie che coniugano ridefinizione e fascino.

Col ritorno del pianoforte a sancire aperture prossime al jazz, come parte integrante di arrangiamenti dinamici e dalla notevole elasticità ("Ordinary") oppure a costruire crescendo dalla spinta continua, inseriti in un contesto che per una volta porta quasi a un arretramento dell'aspetto testuale (la conclusiva "Jolly Sailor"), l'ennesima riconversione stilistica e tematica di Nadine Shah può insomma dirsi completata. Questo, mantenendo intatta quella tenebrosa istintualità insita nel suo cantautorato, e un assetto vocale che si potrebbe davvero riconoscere tra mille, ricco di sfumature e potenzialità che nemmeno il tono più polemico e declamatorio adottato per questo album riescono a scalfire.
Terzo centro su tre in definitiva: riversando il proprio vissuto e le esperienze degli ultimi anni in un contenitore che ne rafforza il valore caricandolo di significati universali, l'autrice di Whitburn scrive con "Holiday Destination" una delle più umane e ponderate riflessioni sulla contemporaneità sociale e politica in musica, senza sacrificare un briciolo della sua caratura espressiva. In un mare magnum di pubblicazioni dal taglio "consapevole" in realtà alquanto mediocri, questo è tra i rari album che realmente ottengono un effettivo scopo comunicativo.

(01/09/2017)

  • Tracklist
  1. Place Like This
  2. Holiday Destination
  3. 2016
  4. Out The Way
  5. Yes Men
  6. Evil
  7. Ordinary
  8. Relief
  9. Mother Fighter
  10. Jolly Sailor






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