National

Sleep Well Beast

2017 (4AD) | chamber-rock, songwriting

So we're not so tied together
What did you mean?
Meet me in the stairwell in a second
For a glass of gin
Nobody else will be there then
Nobody else will be there
("Nobody Else Will Be There")

Il mondo

Inizia con queste parole, cantate col consueto tono baritonale su un tappeto minimalista - giusto una linea di pianoforte e un beat sintetico - il settimo disco dei National, un incipit dal quale si percepisce tutto il pericolo per un probabile imminente naufragio. "Sleep Well Beast" parla di rapporti interpersonali sempre in bilico fra disfacimento e flebili sforzi per salvarli, di incomunicabilità, del bisogno di un bicchiere per affogarvi i problemi e trovare la forza di affrontarli.
Ma soprattutto è un disco che segna una svolta forte, che dal punto di vista musicale muta il mondo dei National: pur proseguendo nel confortevole solco già ben tracciato in passato, la band oggi esplora nuove vie espressive, concentrandosi su un utilizzo dell'elettronica in grado di conferire tensioni finora inedite, il prologo di un percorso di destrutturazione, nel quale le canzoni vengono spezzettate, rimasticate, rielaborate con l'apporto della tecnologia.

È il disco che i National non avevano ancora mai fatto prima, il più sperimentale, una sorta di personale "Kid A" in formato light, l'atto di discontinuità nel quale le derive elettroniche costruiscono un eclettico contenitore diverso dal solito per le parole di Matt Berninger, un nuovo affresco dei nostri tempi che non disdegna di mostrare i muscoli, a partire dalla seconda traccia, "Day I Die", tanto per confermare che, accanto alle atmosfere melodiche studiate per spezzare il cuore dell'ascoltatore, i National vogliono conservare un animo che sia anche "garage".
"Sleep Well Beast" (realizzato per sottrazione, registrando molti strati successivamente rimossi o cesellati per lasciare soltanto l'indispensabile del loro esistenzialismo etilico) diviene così il miglior mezzo possibile per fugare tutti i dubbi su un possibile tracollo compositivo, dopo un "Trouble Will Find Me" parso a tratti "stanco".

You're sleeping night and day
How'd you do it
Me and I am wide awake
Feeling defeated
I say your name
I say I'm sorry
("Guilty Party")

Le mogli

I testi di Berninger, pur nell'apparente cripticità, tendono a spiegare la situazione raccontata sin dai primi versi: nella maestosa eleganza di "Guilty Party", la canzone perfetta, l'instant classic dell'album, il protagonista cerca con non troppa convinzione di porre rimedio a una relazione entrata in una fase di stanca.
I punti di vista familiari questa volta sono ancora più spinti, perché parte dei testi sono stati pensati a quattro mani da Matt e la moglie Carin Besser, scrittrice ed ex editor del New Yorker, una coppia non in crisi che ha cercato di immaginare e materializzare in strofe un percorso coniugale in disfacimento.

I non sempre facili rapporti marito-moglie vengono esplicitati con quell'approccio fra il malinconico e il rammaricato, inconfondibile cifra stilistica del gruppo, e restano il concreto valore aggiunto di un album che trova nell'equilibrata alternanza fra morbide ballad incentrate sul piano ("Born To Beg", la struggente love story "Dark Side Of The Gym") e increspature elettriche ("The System Only Dreams In Total Darkness" è la più riuscita, con quel drumming sempre rigorosamente basato sui tom) la forza per assurgere a nuovo manifesto del gruppo.
Fra i brani più lenti a spiccare è "Carin At The Liquor Store", omaggio simultaneo alla moglie e all'inseparabile bottiglia (chi li ha visti live sa quanto siano vere queste parole). Matt, il vino, la moglie, John Cheever, il piano che disegna scenari notturni, quella voce che toglie il fiato. Non c'è un solo minuto sprecato in questo album.

You've been sleeping for miles
So what did you see?
Here's the skies been falling white flowers
And there's ice in all the trees
I've been tapping the table
I've been hoping to drink
There's a line that goes all the way from my childhood to you
("Empire Line")

I figli

Nei primi versi della toccante "Empire Line" ritorna il riferimento a personaggi osservati durante il sonno, ma questa volta l'mmagine - di una delicatezza disarmante - è quella di un padre che guarda il proprio figlio dormire in macchina durante un lungo viaggio. I figli tornano nella spettrale lullaby finale (la title track) costruita sullo steso tappeto sintetico di "Guilty Party" al quale vengono ad arte tarpate le ali, impedendogli di decollare, lasciandola in uno stato di "semi-incoscienza dark".
La bestia del titolo - ha spiegato la band - rappresenta il futuro, i nostri pargoli che la sera si addormentano lasciando i padri con quella selva di interrogativi ai quali i National qui non danno risposte. Quando emerge il coraggio di affrontare i problemi e il desiderio di risolverli ("Let's just get high enough to see our problems", canta Matt in "Day I Die") un senso di reale impotenza echeggia sottopelle ("Nothing I change changes everything" in "Walk It Back").

Le domande di un figlio che diviene padre, di un marito che diviene vittima dell'agognata stabilità, di un cittadino che vede le propria città cambiare ogni dieci anni, trovandola sempre pazzescamente vitale, l'ebbrezza del cambiamento al quale egli stesso non vuole rinunciare, anche se sul calore emanato dalla propria comfort zone (una famiglia, la propria casa) non è facile per nessuno porre la parola fine.
La reinvenzione dei National passa anche attraverso la consapevolezza di essere cresciuti, di essere diventati adulti e genitori ("Became a father when I was still a son", cantano in "Sleep Well Beast"), di voler artisticamente evolvere senza per questo dover mutare del tutto.

The poor, they leave their cellphones in the bathrooms of the rich
And when they try to turn off everything they switch to
Is just another man, in shitty suits, everybody's cheering of
This must be the genius we've been waiting years for
("Turtleneck")

La politica

Ogni disco dei National rappresenta a suo modo lo specchio dei tempi nei quali è stato concepito: se qualche anno fa le loro canzoni esprimevano le paure post 9-11 dell'americano medio, oggi i cinque non possono astrarsi dall'esigenza di materializzare una posizione che, nel bel mezzo del 2017, non può che essere anti-Trump.
Difficile, per chi è stato apertamente schierato prima a fianco di Obama e poi a favore di Hillary Clinton, rinunciare al ruolo di crooner fra i più "politici" della propria generazione, ma anche questa volta Matt non lo interpreta seguendo un populismo fine a se stesso, bensì attraverso segnali da decodificare che agiscono sottotraccia.

Sta di fatto che quando si tira in ballo la politica, i National intervengono alzando il volume, progettando impennate improvvise che si materializzano nella furia elettrica di "Turtleneck", l'episodio più "hard" del lotto, nel quale Nels Cline diviene l'esempio da emulare quando la temperatura si fa rovente.
Ma in questo album i frangenti grintosi non sono pochi, e passano per il crescendo da manuale di "I'll Still Destroy You" e attraverso le chitarre sopra le righe di "Day I Die" e "The System Only Dreams In Total Darkness". Altrove i pianoforti imperiosi e le soffuse pennellate d'autore contribuiscono a far sì che molto del materiale possa continuare a suonare familiare, confortevole, rassicurante, carezzevole, il che consentirà loro di non perdere nemmeno uno dei vecchi fan.

Siamo pertanto al cospetto di un rinnovamento nel solco della continuità: senza bisogno di ricorrere a produttori di grido, i National architettano dall'interno un suono che si fa ancor più "forte" e contemporaneo, un superbo mix scolpito in dodici tracce che ricorderemo con affetto anche fra molti anni, integrate alla perfezione con i classici di "Alligator", "Boxer" e "High Violet".
I National sono oramai una band che somiglia soltanto a se stessa, protagonista di quel romanticismo "maleducato" dove la voce di Berninger è sempre pronta a chiedere scusa, sottovoce, con quel fare che da anni appartiene a loro e soltanto a loro. Respiriamo ogni giorno, e scartabelliamo nella rete, nella speranza di scoprire canzoni come queste qua. E qualche volta ce ne innamoriamo perdutamente.

(11/09/2017)

  • Tracklist
  1. Nobody Else Will Be There
  2. Day I Die
  3. Walk It Back
  4. The System Only Dreams In Total Darkness
  5. Born To Beg
  6. Turtleneck
  7. Empire Line
  8. I'll Still Destroy You
  9. Guilty Party
  10. Carin At The Liquor Store
  11. Dark Side Of The Gym
  12. Sleep Well Beast


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