Nicole Atkins

Goodnight Rhonda Lee

2017 (Single Lock) | soul, retro-pop, songwriter

Quanto può essere dura una resa dei conti. Nicole Atkins ha negato di averne bisogno fino al punto di logorarsi: l'entusiasmo sul palco che si raffredda giorno dopo giorno, un matrimonio felice ma vissuto evidentemente come una sorta di traguardo, la bottiglia come amica fidata che ti consola senza chiederti nulla in cambio. È stato un evento imprevisto come la grave malattia del padre a interrompere un'inerzia che si stava facendo pericolosa, per riprendere il filo del proprio discorso e ritrovare di slancio l'ispirazione perduta. Un'inversione di rotta faticosa, intendiamoci, per favorire la quale si sono rivelati cruciali l'incoraggiamento di un amico di vecchia data come Chris Isaak e soprattutto il trasferimento dalla quiete fin troppo confortevole di Asbury Park (dove la Jersey girl ha quasi sempre vissuto) all'assai più elettrizzante cornice di Nashville, di fatto un luogo d'elezione per un'artista come lei.

Alquanto provata dalla gestione autarchica del proprio lavoro, distribuzione e promozione comprese, per la sua quarta uscita Nicole ha scelto di fare un passo indietro e ha firmato con una piccola etichetta dell'Alabama, la Single Lock. Ispirato ai lavori di (una fin troppo ovvia) Dusty Springfield, di Peggy Lee, Candi Staton, Barbra Streisand e - non certo una novità per lei - l'idolo Roy Orbison, "Goodnight Rhonda Lee" è stato registrato in appena cinque giorni a Fort Worth, Texas, assieme al team Niles City Sound (Austin Jenkins, Josh Block, Chris Vivion, con il contributo di Ben Tanner degli Alabama Shakes) un pool di produttori apprezzato a livello nazionale in quanto artefice del successo della stellina retro-soul Leon Bridges, ideale per offrirle quel mood romantico e quell'atmosfera di classicità soul di cui la Atkins andava in cerca da tempo.

È un disco che parla con franchezza di redenzione personale, al termine di una nuova fase di vulnerabilità e transizione. Il titolo fa riferimento all'alias che la Atkins ha sempre attribuito alle sue pessime abitudini, la parte di sé incline al vizio che era il caso di mandare a dormire, una buona volta. Una raccolta che parla di risvegli e di auto-disciplinamento, quindi, non senza una buona dose di ironia, e che non mostra alcuna remora nel tornare a guardare persino con prepotenza a un passato che trascolora subito in mitologia. Più gioioso, dopo gli squilibri eccentrici (e qualche sprofondo umorale) di "Slow Phaser", è con ogni probabilità il suo lavoro più solare e consapevole. La title track, per dire, ritorna con fiducia al primo e mai sopito amore, quello per un country vivacizzato da cadenze jazz, trovando sponde inattese nella più recente fatica di un'altra artista talentuosa che sembra aver voluto giocare tutte le sue carte sull'introspezione e il cuore, la Sallie Ford di "Soul Sick".

La cantautrice del New Jersey ritrova sin dall'avvio la splendente intonazione confidenziale dell'esordio, limando quanto basta gli svolazzi orchestrali per lasciare al centro della scena la magia priva di adulterazioni di quella sua voce robusta, ora meno trionfante e più umana, meno timorosa di rivelare qualche fragilità ma ancora in vena di meraviglie e di ammalianti infezioni demodé. Il suo sofisticato pop-noir suona oggi più adulto ed equilibrato, meno ingenuamente pirotecnico o fiabesco, attento come non mai alle implicazioni filologiche, all'esattezza di un cifrario espressivo che è spudoratamente derivativo e, proprio come nel caso di Leon Bridges, si compiace di esserlo. Viene alimentato in chi ascolta il piacere di una sorta di effetto-diorama, senza tuttavia le ripercussioni tipiche dei lavori troppo teatrali, e con la compensazione di un cantato forse mai così caldo e vero, incisivo a prescindere dalla sontuosità dei decori (che appaiono in realtà assai più ponderati rispetto alla sua norma). L'economia di risorse gioca a suo favore perché consente di dare il necessario risalto a tutte le sfumature di un'interprete che sa essere sensuale e sentimentale, languida e caparbia nel volgere di una stessa canzone.

Cosa manca allora a un album così attento alla resa emozionale e nel contempo alla forma? Qualche scossa sorprendente, forse, perché se i brani riescono placidi e magnificamente levigati, è innegabile che quella vena di follia qui evocata solo nell'incipit scritto assieme a Isaak (di fatto poi disconosciuta) avrebbe fatto comodo a una raccolta priva di strappi degni di nota. Stavolta le esplosioni suonano tutte rigorosamente controllate ("Brokedown Luck", ad esempio) e quindi per forza di cose almeno in parte disinnescate. Così, se la fruizione vive delle gratificazioni legate a questo o quel dettaglio, sembrano mancare i colpi di fulmine cui Nicole ci ha da sempre abituati e qua e là uno sbadiglio va messo in preventivo. La classe, ad ogni buon conto, non si discute e una gemma notturna come "I Love Living Here (Even When I Don't") sembra qui apposta per ribadirla.

Passaggi appena più frizzantini grazie a una scorta di fiati ("Sleepwalking") controfirmano un'impressione di sostanziale gradevolezza ma non stravolgono le prospettive di un album tutto giocato in ripiegamento sul velluto di una rassicurante comfort zone stilistica, a volerla dire tutta assai meno coraggioso del suo predecessore. Ma si tratta indubbiamente del disco di cui la Atkins aveva bisogno in questo momento, ed è appunto in tale ottica che lo si deve inquadrare e apprezzare. Come già "Mondo Amore" qualche anno prima, "Goodnight Rhonda Lee" è un'opera ispirata da molte fratture dolorose e tuttavia condotta con polso, silenziando al massimo la propria indole viscerale ma non quella fascinosa espressività di artista irrequieta.

Anche quando affronta apertamente i propri demoni, Nicole tralascia la crudezza che altrove non si curava di occultare, per servirsi invece della medesima malia sobria e malinconica degli altri passaggi, tenendo a freno l'impulsività per privilegiare la ponderazione di una mente finalmente lucida. Capita nelle battute conclusive, tra una magnifica "A Night Of Serious Drinking" e la splendida ballata noir di "A Dream Without Pain", che chiude le danze. Non le sue canzoni migliori in assoluto, ma pur sempre i resoconti (eccellenti) di una resa dei conti che parrebbe averle detto bene, alla fine.

(04/08/2017)

  • Tracklist
  1. A Little Crazy
  2. Darkness Falls So Quiet
  3. Listen Up
  4. Goodnight Rhonda Lee
  5. If I Could
  6. Colors
  7. Brokedown Luck
  8. I Love Living Here (Even When I Don't)
  9. Sleepwalking
  10. A Night of Serious Drinking
  11. A Dream Without Pain
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