Noel Gallagher's High Flying Birds

Who Built The Moon?

2017 (Sour Mash) | pop-rock

L'umiltà? È una buona cosa averla. Intendo trovarne un po', a un certo punto della mia vita.
(Noel Gallagher, Pitchfork Over/Under, 2017)
Va detto, le uscite dei nuovi dischi dei Gallagher valgono anche solo per le interviste che le accompagnano. Liam che prende in giro suo fratello per la ragazza che suona le forbici da Jools Holland, durante la sua esibizione, Noel che lo fa scontrare con Trump su due auto senza guidatore. Sempre un'ottima ventata di freschezza rispetto alle interviste opinionated e "medie" che si leggono generalmente.
"Who Built The Moon?" è un disco perfetto per una nuova loudness war, questa volta fratricida, anche se decidere chi ha vinto fra i due (così a naso, pare il più giovane, a vedere anche le classifiche di fine anno) interessa - così come è giusto - solo a una frazione molto minoritaria dell'umanità. "Chasing Yesterday" era un disco tutto sommato gradevole, con uno spirito più introspettivo di Noel che veniva calato in arrangiamenti a volte jazzati, spesso ritmati in uptempo più vivaci e meno stolidi delle uscite precedenti degli Oasis. Un disco inquisitorio, anche sulla nuova forma della musica del songwriter della storica band britpop, e in questo mostrava forse un nuovo lato del Nostro.

In "Who Built The Moon?", invece, sembra che il dubbio non abbia più spazio nello studio di registrazione, così come tutte le aspettative del pubblico sulla produzione del Gallagher più grande. Subito il finto sperimentalismo della strumentale iniziale "Fort Knox" (con un "giro" già utilizzato in passato e l'orrendo coretto "You gotta get yourself together"), a metà tra "Fucking In The Bushes" e "Who Needs Love", fa capire che è puramente e semplicemente il volume la forza che guida il disco.
Sostanzialmente niente è degno di nota, in "Who Built The Moon?", se non il fatto che tutto o quasi è suonato al massimo della potenza, in primo luogo i brutti singoli, monocordi e prevedibilissimi ("Holy Mountain" è di un Auerbach un po' analfabeta, col suo arrangiamento martellante da marching band blues-rock, così come "Keep On Reaching"). Senza la melodia, rimane solo un urlo costante, fastidiosamente assordante: "The one I love/ The one I love...", in quel modo idiosincratico che certamente ha allontanato molti dalla musica degli Oasis. Per esempio, anche "The Man Who Built The Moon" rientra nel novero dei brani più grevi mai scritti e arrangiati da Noel. Sicuramente è rassicurante che non si sollevi minimamente il sospetto di un complesso di inferiorità artistica di quest'ultimo, ma una certa vena nostalgica, non per gli Oasis in particolare, ma più precisamente conservatrice, è evidente in questo disco più che nel precedente, ad esempio nei Chemical Brothers di "It's A Beautiful World".

Si tira il respiro solo negli "interludi" del disco, anche se all'interno di un'esperienza sostanzialmente di waterboarding musicale. "Who Built The Moon?" dà l'impressione generale di un disco scritto per inerzia, con tanti brani, se non tutti, composti in modo macchinoso e semmai rivitalizzati a forza in sede di arrangiamento (esemplare "If Love Is The Law"). In questo anche i testi, forse i più scolastici e casuali mai scritti da Noel, sono una buona cartina da tornasole di questo lavoro: un disco abbagliante ma realizzato con poco impegno.

(01/12/2017)



  • Tracklist
  1. Fort Knox
  2. Holy Mountain
  3. Keep On Reaching
  4. It's A Beautiful World
  5. She Taught Me How To Fly
  6. Be Careful What You Wish For
  7. Black & White Sunshine
  8. Interlude (Wednesday Part 1)
  9. If Love Is The Law
  10. The Man Who Built The Moon
  11. End Credits (Wednesday Part 2)
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