Object Collection

Cheap&Easy October

2017 (Infrequent Seams) | avantgarde, avant-rock

Dopo aver sconvolto l'underground teatrale newyorkese con i loro act d'avanguardia, la compagnia d'arte performativa Object Collection incide il proprio raggiungimento più avanzato, la pièce lirica ipercacofonica ultraespressionista "Cheap&Easy October", per gruppo di performer, chitarra elettrica, basso, violino, tromba, batteria, percussioni e synth. Forse nemmeno Bertolt Brecht o Alben Berg sarebbero arrivati a tanto.

Dopo un informe preludio, attacca il triplo recitativo di "Pay No Attention To These Lies", a disintegrarsi in cantici disperati sopra il martellare della batteria e i muri distorti eretti da chitarra e violino. Le lunghe scene di "The Situation Was Getting Complicated", "First Comes The Scattering" e "It Could Lead To A Transformation" approdano a conseguenze anche più catastrofiche. Tra dissonanze esplose come colpi di cannone, mitragliate grindcore che suonano come dei Dirty Three messi in un reattore atomico, sospensioni che si situano tra i Neu e una serenata di Sorrento, rarefazioni che si approssimano a LaMonte Young, i vocalist demoliscono vocabolo dopo vocabolo la recitazione intellettuale, ringhiando uno contro l'altro, affannandosi e infine infiochendosi.

Il pandemonio principe dell'opera sembra essere "Drowning In Isolation And Provincialism": un coro a tre introduce un duetto di batterie (una completamente tribale, l'altra a mo' di macchina da scrivere), la chitarra detona puro feedback, un vocalist schizofrenico declama le sue visioni irrazionali, finché le batterie si assottigliano a rombo confuso di tamburi e la chitarra va in orbita.
Ma l'orchestrazione è anche malleabile, come per "There Was No Event At All", esperimento nell'esperimento, un dialogo a un tempo nevrotico e meditativo accompagnato solo da chincagliere, note di basso e lamenti distanti deformati dall'elettronica, o "I Didn't Really Prepare For This But Probable That's Best", free-jazz per tromba e timpani che muta in scatto metalcore, e introduce a un dialogo tenuto sospeso solo dall'elettronica.
A parte "How Did The Election Go", grandiosa recitazione di gruppo alla Ionesco che ha però un interesse ben più teatrale che musicale, la confessione finale di "It Is Everywhere, It Is Within" è una litania sospirata spalleggiata da stridii elettronici.

Composta e musicata da Travis Just, capomastro, scritta e diretta dalla co-fondatrice Kara Feely, che ha tratto e plasmato il testo a partire dalla sua intervista a Fulya Peker sulle proteste di Gezi Park contro Erdogan del maggio 2013, dalla "Storia della rivoluzione russa" di Lev Trotsky e dai "Ten Days That Shook The World" di John Reed. Registrato in una performance dal vivo al La MaMa Experimental Theatre Club di New York nel 2015 (in ottobre, ovviamente), senza overdub né post-produzione, sia seguendo uno spartito che improvvisando a braccio, elogiato anche da Robert Ashley - non proprio uno sprovveduto nel campo - è un dramma crono-esistenziale sull'oscurantismo storico, il non-sense dello scorrere delle ere, i danni delle illusioni generazionali, eccellente nell'inculcare l'ascolto per scosse e tremiti, nell'immergere l'astante, sfidandolo apertamente sul piano dell'ideologia. Libretto liberamente scaricabile.

(23/03/2017)

  • Tracklist
  1. Pay No Attention To These Lies
  2. The Situation Was Getting Complicated
  3. We Have Not Yet Learned The New Songs
  4. I Didn't Really Prepare For This But Probable That's Best
  5. First Comes The Scattering
  6. Like War Strategies
  7. Drowning In Isolation And Provincialism
  8. There Was No Event At All
  9. How Did The Election Go
  10. It Could Lead To A Transformation
  11. It Is Everywhere, It Is Within
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