Peter Silberman

Impermanence

2017 (Transgressive) | art-soul-pop, slow-pop, songwriter

Se uno avesse davanti il "rotolo" in papiro della propria vita, probabilmente userebbe le puntine sui passaggi salienti, quelli in cui si è cominciato, da zero, qualcosa di nuovo. Si sistemerebbero certamente sui picchi più alti di esaltazione e terrore mai raggiunti nel corso di un'esistenza. Questi due sentimenti dovevano essere prevalenti (oltre a un dolore persistente e allucinante) nell'esilio terapeutico impostosi a Peter Silberman in seguito all'epoca di "Familiars", allorché il frontman degli Antlers perse del tutto l'udito da un orecchio e sviluppò un forte tinnitus e un'ipersensibilità dall'altro. Il risultato di un ritorno alla musica fatto di corde appena pizzicate e note appena sussurrate in solitaria, unici suoni tollerabili, è tutto in questo "Impermanence".
Una storia di isolamento e terapia nell'entroterra newyorkese che non può non ricordare un altro celebre disco (che sta per compiere dieci anni) che si pone idealmente, come questo, nella scia di Jeff Buckley (qui in "Gone Beyond", oppure nell'ispiratissima nenia "New York"); ma è una storia che risuona particolarmente con la sensibilità artistica di Peter, che già a un hospice ha dedicato il suo straziante esordio da musicista. Nonostante il significato e la rilevanza, per un musicista appunto, di perdere anche solo temporaneamente l'udito, e nonostante l'acutissima sensibilità di Silberman lo porti a riflessioni quasi da near-death experience ("I'm disassembling/ Piece by piece", recita in "Karuna"), "Impermanence" narra di una guarigione, ed è quindi "posteriore" rispetto alla catartica accettazione di una scomparsa di "Hospice".

Stilisticamente, questo permette di interpolare tra il fascino algido ed estetizzante di "Familiars" e l'agone viscerale di "Hospice", all'insegna di una preghiera universale, un sondare musicale di note in lenta convalescenza, alla ricerca di un'illuminazione collettiva sulla stupefacente bellezza del transitorio ("Karuna"). Musicalmente, Silberman cita Miles Davis: "Non sono importanti le note che suoni, ma quelle che non suoni". In effetti è proprio l'equilibrio tra espresso e inespresso uno dei raggiungimenti più importanti di "Impermanence": da una parte c'è il peso emotivo delle scelte di arrangiamento, nelle quali anche i soli arpeggi di chitarra elettrica possono farsi ferite sanguinanti o imprendibili giochi di veli, nello spazio di un brano ("Gone Beyond"), inseguendo riferimenti cantautorali ma anche la vocazione art-soul degli ultimi tempi. Poco o pochissimo si intromette tra Silberman e il suo strumento, se non rifrazioni, rintocchi, riverberi, animazioni di una vita collettiva di cui l'artista sente di tornare a far parte ("Ahimsa").
Ma "Impermanence" è anche e soprattutto un ritorno alle basi più elementari della scrittura musicale, nelle quali Silberman dimostra ancora una volta di saper eccellere, riuscendo a connettere "Maya" alla chiusa acustica di "Hospice", tramutandola presto in un altro brano, improvvisamente una lullaby d'altri tempi. Una vera magia nascosta. Nel resto del disco, Peter dimostra comunque che si può andare oltre il (forse) limitante campo della melodia con ben pochi strumenti, ben poche affettazioni.

L'affinamento stilistico della sua proposta musicale, che ha anche significativi rimandi "slow", rende poi decisamente credibile che si riconduca lo spirito del disco alla filosofia orientale: non è che un passo logico e naturale, che ha valore al di là di quanto sia informato. Non un orpello "di grido", decisamente, perché "Impermanence" è un accorato ritorno all'essenza dell'arte: la ricerca dei fondamenti incancellabili, anche nell'impermanenza. E quindi la riaffermazione della tremenda e prodigiosa ineluttabilità di quest'ultima.

(01/02/2017)



  • Tracklist
  1. Karuna
  2. New York
  3. Gone Beyond
  4. Maya
  5. Ahimsa
  6. Impermanence


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