Priests

Nothing Feels Natural

2017 (Sister Polygon) | post-punk

All of the sudden all the science and evolution and progress I mean,
it looks good from a distance but when you're really inside of it
you realize it's fucking terrifying

Tempismo perfetto. All'oscuro dei retroscena che hanno segnato la lunga e sofferta gestazione di questo esordio, l'urgenza palesata dai Priests di "Nothing Feels Natural" potrebbe suonare quantomeno sospetta. E invece no, la coincidenza tra il giubileo di Trump e il salace polemismo civico della compagine di Washington D.C. è puramente fortuita: annunciato da anni, il disco è stato inciso una prima volta nella mitologica Olympia delle Bikini Kill, cestinato, registrato con tutt'altra consapevolezza tra le mura amiche e pubblicato alla fine per l'etichetta di proprietà, la Sister Polygon. Dal loro terzo e ultimo Ep, il notevolissimo "Bodies And Control And Money And Power" (miglior uscita del 2014, secondo la rivista Impose), sono passati ben tre anni. Tutto questo fare e disfare da perfezionisti non ha scalfito l'intransigenza ma ha affinato la sensibilità del quartetto capitanato da Katie Alice Greer, già favorita del sultano nell'harem rock'n'roll messo su da Ian Svenonius e intitolato Chain & The Gang.

Tra riot grrrls e candido ribellismo punk, i Priests dimostrano ancora una volta di sapersi servire piuttosto bene dell'arma dell'ironia, e di essere spietati al punto giusto quando è l'ora di sconfessare gli incantesimi di un consumismo squalificante come i miti fasulli della gentrificazione, eletti a ridanciani vessilli di quell'American Dream ormai putrescente. "Pink White House" è in tal senso illuminante, ma la declamatoria "Puff" si rivela non meno incendiaria per il modo in cui si premura di schiantare l'essenza mediocre, insensata e artefatta delle mode. Uno scontento contro la mercificazione e le mistificazioni del nuovo autoritarismo commerciale che di per sé non rappresenta nulla di nuovo sotto il sole, basti pensare a quel "13-Point Program to Destroy America" che il mentore musicò ai tempi dei Nation Of Ulysses, ma l'assenza di pose di comodo basta a preservare la Greer dalla limitante etichetta di "nuova Kathleen Hanna".

Da una band non proprio incline al compromesso, e che tre anni fa dispensava testi come "Barack Obama killed something in me", aspettarsi sferzanti arringhe al femminile sul ruolo della donna negli Stati Uniti dell'era Trump è il minimo. Il biglietto da visita di "Appropriate" è torvo e avvelenato quanto basta, esaltato prima dal dialogo a isteria crescente tra la chitarra al vetriolo di G. L. Jaguar e il basso di Taylor Mulitz, quindi stressato tra anguste rarefazioni e un marasma sonico finale (complice il sax sinistro di Luke Stewart) memore dell'impetuosità post-hardcore dei vecchi Uzeda, più che di quelle Savages cui la critica si è premurata di accostarli. Grazie al pianoforte in accompagnamento, nel singolo "Jj" l'intonazione tende maggiormente al garibaldino, a una sfrontatezza stile Yeah Yeah Yeahs, ma l'interpretazione di Katie si conferma su registri felicemente schiumanti per un omaggio più o meno dichiarato a Lydia Lunch e alla no-wave tutta.

"Nothing Seems Natural" è opera più cantata e meno belluinamente punk, a detta di Katie (dal magazine-intervista di ben trentasei pagine a corredo delle prime copie dell'album) per darle poi modo di conservare più a lungo la voce durante i concerti e per conferire una fisionomia meno epidermica ma più ordinata (e ludica talvolta, si senta l'anomalo funk-soul della conclusiva "Suck") alle proprie invettive. "Nicky" è un altro valido riscontro della maturazione di un gruppo che ha asciugato la bava bianca ai lati della bocca ma non si è imposta alcun filtro perbenista. Qualche spigolo è stato smussato, è vero, il sound ha acquisito profondità, i testi sono cerebrali e sferzanti, il cantato azzarda soluzioni evocative mentre gli anfratti elettrici riescono aspri e viziosi, ma con un costrutto e una salienza ritmica depurata degli inutili fronzoli, proprio come nelle Sleater-Kinney rientranti di "No Cities To Love".

Dopo un interludio quasi speranzoso affidato agli archi, la title track torna a dare spazio all'intima irrequietezza del collettivo, solo con maggior remissività e una più marcata inflessione wave-revivalista che ricorda i Pylon e convince fino in fondo. "Niente sembra più naturale", l'autenticità è annientata da un costante recitare per lo più inconscio, e poco importa che ci si esibisca su un palco o si venga logorati dalla frustrazione mentre si serve ai tavoli di un ristorante, come capitava alla frontwoman nei giorni in cui scrisse la canzone.
Uno stream of consciousness livoroso segue la sola bussola delle relazioni interpersonali, nutrimento della coscienza rimasticato e vomitato in scampoli di conversazioni magari dettate dall'immaginazione, ma dove l'io e il noi aspirano a diventare, per necessità, cifra universale. Si tratta tuttavia, a ben sentire, anche delle scorticature di un pessimismo feroce, a proposito delle favole di quel progresso sempre buono e misericordioso che la batterista Daniele manda a farsi benedire nell'unica ribalta concessa alla sua penna e alla sua voce, "No Big Bang", episodio più freneticamente verboso dove alle lusinghe di un pur ruvido lirismo si preferisce l'impassibile disincanto di un recitativo claustrofobico, dato alle fiamme poco per volta.

"Siamo i figli bastardi del voler fare la cosa giusta, in un mondo in cui la cosa giusta nemmeno esiste più". Una band idealista, quindi, ma solo nella misura in cui si orienti a fronteggiare nuove forme di brutalità quotidiana, interiorizzate e metabolizzate in termini antropologici dalla collettività. E una band squisitamente elusiva, anche, seducente e respingente a un tempo, apparentemente lucidissima e confusionaria, vulnerabile e poderosa. A destare impressione è in particolare la prova di una Greer che dimostra, per versatilità e carisma, di non poter certo essere liquidata come un bel complemento d'arredo o l'ennesima gattamorta di tanti progetti (sulla carta) analoghi.
La fiducia in lei e nei Priests era evidentemente ben riposta e valeva la lunga attesa. E ora sotto, c'è il lato oscuro di una nuova Amministrazione da demolire senza pietà.

(03/02/2017)

  • Tracklist
  1. Appropriate
  2. JJ
  3. Nicki
  4. Lelia 20
  5. No Big Bang
  6. Interlude
  7. Nothing Feels Natural
  8. Pink White House
  9. Puff
  10. Suck




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