Rainer Maria

S/T

2017 (Polyvynil Records) | alt-rock, emo

Maneggiare quell'organismo ineffabile denominato Midwest emo è sempre stato un prodigio riuscito a pochi. Basti pensare che, al di là degli inarrivabili American Football, ben pochi sono rimasti coerenti a quell'ondata di sentimenti geometrici. Il fragile incontro tra post-rock, post-hardcore e math-rock generò una schiera di statue di ghiaccio. In quei mirabili dischi si susseguirono perle fugaci di emozioni struggenti e tempeste strumentali, quasi tutti pubblicati nella sola decade 1995-2005. Null'altro erano se non il volto più poetico e introverso della condizione giovanile agli sgoccioli del nuovo millennio, tra isolamento e disincanto per una ripresa mai arrivata, che si era invece trasformata nell'incubo del declino dell'imperialismo statunitense all'ombra del terrorismo islamico. L'esplorazione degli spazi interni del proprio essere sembrava l'unica via percorribile liberamente, e lo fu producendo una sequela di liriche e suoni di un espressionismo crudo e immediato.

Quello "spazio interno del mondo" (traduzione dal tedesco di Weltinnenraum) di cui il poeta tedesco Rainer Maria Rilke si occupò nell'ultimo periodo del suo lavoro fu il cesto dei giochi da cui il Midwest emo riuscì ad attingere la maggior parte delle sue tematiche. E i Rainer Maria di Caithlin De Marrais, Kyle (adesso noto come Kaia) Fischer, William Kuehn dallo scrittore boemo non presero solo l'approccio letterario spiccatamente decadente, ma anche il nome di battesimo. Non fu un caso: Kyle e Caithlin si conobbero proprio tra i banchi del corso di poesia dell'Università del Wisconsin, e questa attenzione alla metrica, alle immagini, ai suoni delle parole e ai simboli che queste evocano fu un tratto caratterizzante dei Rainer Maria sin dal loro esordio. Purtroppo, lo stesso non si potrà dire del sound del trio, che spiccò il volo ad ali math-emocore spiegate con i primi due album assolutamente indimenticabili (anche per la presenza unica di una voce femminile), per poi ricadere in picchiata verso un abisso di alt-rock costellato di cliché (oltre che legato a sonorità completamente superate).
Se "Past Worn Searching" e "Look Now Look Again" furono stendardi di un emo capace di mescere Stevie Nicks coi Fugazi, i successivi "A Better Version Of Me", "Long Knives Drawn" e "Catastrophe Keeps Us Together" si rivelarono una serie di flop. I Rainer Maria cominciarono a brancolare nel buio, in cerca di una nuova identità (come accadde a molte band in uscita dal Midwest emo, quando il genere subì una exploitation tramite Mtv): saggiarono maldestramente lo shoegaze, impastarono le mani nel pop-punk (con stile ma senza aggiungere nulla), fino a una deriva pop-rock assolutamente evitabile. La stanchezza si fece sentire presto e nel 2006 la band si sciolse (a malincuore dei membri) con una spettacolare esibizione di beneficenza alla Bowery Ballroom di New York.

Oltre dieci anni dopo, i Rainer Maria ripartono da zero, o almeno questo sembrerebbe l'intento: un self-titled (il nome "S/T" ne è la sigla) proprio come l'Ep di esordio è una dichiarazione di guerra a chi aveva perso ogni speranza nei loro confronti. Fortunatamente, non è solo il titolo a gridare al loro ritorno: "Lower Worlds", "Possession" e soprattutto "Communicator" sono pezzi carichi e incazzati al punto giusto, che tagliano il cordone ombelicale con il periodo più moderato del trio.
Nonostante ciò, "S/T" non significa un ritorno al post-hardcore, né tantomeno alle tessiture spigolose di chitarre, ma solamente a una scrittura profonda del livello di "Past Worn Searching". Le falcate di chitarra di Fischer sono le stesse che da "Ears Ring" dominano i riff della band americana, la voce di Caithlin resta impostata su toni fin troppo limpidi, le sfuriate di Kaia come seconda voce (e spesso in voluti off-key) sono l'unico elemento realmente violento.

L'incedere intermittente e isterico di "Lower Worlds" lo rende un discreto singolo, composto di immagini fulminanti e scariche di chitarre, ma che di emo ha ben poco e di originale forse anche meno. Il brano potrebbe essere anche un singolo garage-rock revival firmato dai Band Of Skulls di turno e passare inosservato, giocando sul classico contrasto voce femminile-sonorità grezze. "Blackbird" e "Suicides And Lazy Eyes" sono divagazioni nell'indie-rock accattivanti, capaci di accarezzare Yeah Yeah Yeahs e Dandy Warhols, ma in ritardo di dieci anni. Dunque, restano dei Rainer Maria con poco da dire di innovativo: una coppia di cartucce grunge eccellenti (le succitate "Possession" e "Communicator"), qualche brano alt-rock con ammiccamenti agli esordi del trio ("Forest Matress" e la virtuosa "Broke Open Love") e una poetica decelerazione post-rock costruita su una similitudine con il fiore Helleborus in chiusura (picco lirico di questo disco).

Sperare di ritrovarsi tra le mani un album a pari merito con qualcuna delle leggende del Midwest emo è un sogno che va sfatato (tranne se si parla di Mike Kinsella). Fu un contesto culturale e musicale a creare i presupposti per quella temporanea fuoriuscita di sostanze tossiche adolescenziali. Forse, di questo i Rainer Maria sono consapevoli già dal 2002, o forse semplicemente non avevano altro da gridare, eppure hanno deciso di tornare a provarci ancora una volta. Il risultato probabilmente non rimarrà negli annali, ma farà certamente riscoprire il trio di Madison ai neofiti e getterà le basi per una eventuale prosecuzione di questo self-titled. Come l'immagine sfocata in copertina, i Rainer Maria restano indefinibili astri vaganti attraverso il Weltinnenraum, ancora in cerca di una nuova identità da interpretare e scandagliare.

(27/08/2017)



  • Tracklist
  1. Broke Open Love
  2. Suicides and Lazy Eyes
  3. Lower Worlds
  4. Forest Mattress
  5. Blackbird
  6. Possession
  7. Ornaments of Empty
  8. Communicator
  9. Hellebore
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