Ride

Weather Diaries

2017 (Wichita) | alt-rock

In principio ci fu il ritorno più atteso, quello dei My Bloody Valentine, che ci spedì nella macchina del tempo – quattro anni fa, ventuno dopo “Loveless” - spianando la strada per i nuovi walls of sound firmati Lush, Swervedriver e Slowdive, in sella anche loro di lì a poco per diffondere materiale inedito dopo decenni di assenza. Ora tocca ai Ride fare un giro di campo per raccogliere i riconoscimenti che non ottennero fino in fondo negli anni 90.
Sì, perché il termine “shoegaze” venne all’epoca inteso da molti in senso dispregiativo: i protagonisti di quella scena si ritrovarono così a progettare nuovi scenari sonori, riscuotendo però soltanto briciole di successo, costretti in uno spazio troppo angusto, fra le deflagrazioni grunge e le ubriacature britpop.

In quel parterre i Ride erano considerati (fra) quelli che sapevano suonare meglio, ma anche i più ossequiosi verso la tradizione, sì, perché per il quartetto di Oxford la componente “shoegaze” è sempre stata più che altro un incidente di percorso, un espediente per arrivare ad altro, per scrivere una personale forma di very british alternative pop.
Grazie a questa scelta si ritagliarono il ruolo di gruppo-cerniera: accostando alle chitarre iper-effettate un innato senso per la melodia, iniziarono a lastricare quel percorso che di lì a poco avrebbe reso grandi Oasis, Blur, Verve, Pulp e compagnia. Non è un caso se il leader Andy Bell, dopo lo scioglimento dei Ride avvenuto nel 1996, si mise prima a capo degli effimeri Hurricane #1 (che nel contesto britpop ci sguazzavano alla grande) per poi divenire il bassista di fiducia dei fratelli Gallagher e proseguire l’avventura a fianco del solo Liam nei successivi Beady Eye.

“Weather Diaries” riapre solo in parte il libro dei ricordi, perché in queste nuove undici tracce i Ride continuano a volersi distinguere dal coro dei nostalgici, e allora cercano soluzioni inedite pur se con risultati mai all’altezza dei loro dischi migliori. Le iniziali “Lanney Point” e “Charm Assault” (con breve inserto psych verso il finale) presentano le chitarre che tornano a intrecciarsi come ai bei tempi, ma l’impianto complessivo stenta a decollare, e il disco finisce presto su binari anonimi, poco caratterizzanti, senza il carisma che dovrebbe mostrare una band di rango.
Gli inserti electro nella successiva “All I Want”, l’approccio dreamy (mai ai livelli emozionali di certi Beach House) in “Home Is A Feeling”, l’arrotondamento pop proposto nella title track (che sul finale si concede finalmente qualche deriva da “fissatori di scarpe”), i robusti innesti sintetici nella prima parte di “Rocket Silver Symphony” (che si slancia poi verso territori kraut), sono alcune soluzioni escogitate dai Ride di oggi, senza mai riuscire a farci sobbalzare dalla sedia.

Nella seconda metà del disco la band esce dal confortevole guscio per osare qualcosina di più e allargare gli orizzonti. Ecco allora sopraggiungere il brio garage di “Lateral Alice”, l’impronta Byrds/Wire di “Cali” (bello il closing chitarristico) e l’evocativo breve strumentale “Integration Tape”, per poi cercare la quiete nelle placide oasi delle conclusive “Impermanence” e “White Sands”.
A conti fatti non si scorgono motivi plausibili per i quali si dovrebbe preferire l’ascolto di “Weather Diaries” al posto di uno qualsiasi dei lavori pre-dissolvimento; è anche vero che l’ingombrante “Nowhere” è tenuto volontariamente a distanza, per sdoganarsi dal passato (al contrario di quanto fatto da My Bloody Valentine e Slowdive) e cercare di essere oggi qualcosa di diverso. Ci sono momenti molto belli dentro “Weather Diaries”, ma troppo pochi per un best di quanto i Ride siano riusciti a scrivere negli ultimi ventuno anni di vita.

(12/07/2017)

  • Tracklist
  1. Lannoy Point
  2. Charm Assault
  3. All I Want
  4. Home Is A Feeling
  5. Weather Diaries
  6. Rocket Silver Symphony
  7. Lateral Alice
  8. Cali
  9. Integration Tape
  10. Impermanence
  11. White Sands
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