Roger Waters

Is This The Life We Really Want?

2017 (Columbia Records) | rock

Siamo solo storditi? È per questo che non sentiamo e non vediamo? O siamo tutti intorpiditi da questo reality?

Ci sono voluti ben venticinque anni per poter ascoltare un nuovo album di Roger Waters, un quarto di secolo in cui il mondo ha subito enormi cambiamenti che l'hanno reso quasi irriconoscibile rispetto al lontano 1992 di "Amused To Death". La caduta del Muro che tante speranze aveva dato a un'intera generazione - forse persino a Waters - sembra aver ricoperto il mondo intero di macerie che hanno seppellito ogni illusione di pace, benessere e fratellanza. Un quarto di secolo di silenzio e di live con spettacoli sempre aggiornati al presente (la recente rappresentazione di "The Wall" con riferimenti alle guerre in Iraq e Afghanistan), un pessimismo mai sopito verso l'animo umano capace di sopraffare il proprio simile senza ritegno per potere o per denaro, verso un uomo che non impara mai dai propri errori ma che li persegue con tenacia fino a rimanerne schiacciato.

Il viaggio nella psicologia umana di Waters, iniziato moltissimi anni fa nei Pink Floyd, continua senza trovare pace, e le visioni di un futuro sempre più tetro si fanno ancora più nitide. Il 2017 appare in effetti ben più oscuro sia del 1977 di "Animals", album che trovava almeno nell'amore familiare o nei rapporti fraterni tra uomini l'unica via di fuga dai maiali in volo, che del 1979 di "The Wall", che tramite una sorta di catartica psicoanalisi tracciava un percorso difficoltoso ma necessario per abbattere il muro. Per capire lo spirito con cui Waters si approccia alla musica bisogna andare indietro fino al 1944, anno in cui il padre muore in guerra quando Roger ha solo pochi mesi: questa tragedia sembra assurgere a simbolo stesso delle vittime dei potenti, di un'umanità ormai orfana e senza punti di riferimento. Il padre, mai conosciuto davvero, assume pertanto i contorni di una figura immaginaria, più che reale.

Col tempo Waters svilupperà quasi una sorta di complesso di Telemaco: come il personaggio del mito greco, figlio di Ulisse, anche Roger passerà gli anni a guardare il mare (il mondo in cui vive) prima di iniziare il suo tormentato viaggio come uomo e musicista alla ricerca del padre: arriverà a piangerlo finalmente sulla sua tomba solo pochi anni fa, grazie a un veterano di guerra che lo aiuta a rintracciare la sepoltura. Waters, proprio come Telemaco, non si accontenta tuttavia di questo, ma vorrebbe riportare la legge sulla sua isola dominata dai proci: in questo caso, il confronto con il figlio di Ulisse offre un gioco di parole quantomeno divertente. Nel mondo in cui viviamo non ci sono infatti proci da combattere, ma Waters se la prende invece con i porci già descritti in "Animals" che oggi sono arrivati al potere con Trump. Ricordiamo a proposito l'ormai celebre slogan "Trump is a pig" nei suoi concerti, ma anche la foto che compare nel libretto del disco, che vede il nuovo presidente degli Stati Uniti con bocca e occhi coperti da strisce nere: sotto a questa immagine la dicitura "un leader senza cervello". Nessuna ambiguità, quindi, su un album che come Waters ha più volte ribadito è un vero e proprio manifesto contro Donald Trump.

La domanda retorica posta nel titolo - "è questa la vita che davvero vogliamo?" - appare come la presa di coscienza finale del tramonto delle speranze, della morte dei sogni e dello svanire nel nulla dei futuri rosei immaginati dopo la Seconda guerra mondiale; la morte del padre non è quindi un evento accaduto davvero ad Anzio nel 1944, ma si ripete ogni giorno in mille guerre in ogni parte del mondo. Se i pensieri di Waters si sono evoluti e aggiornati con i tempi, la musica invece continua sulla strada iniziata addirittura con "Animals". In effetti l'impressione che si ha, da questo punto di vista, è di ascoltare una lunga selezione dell'intera discografia di Waters in modalità random; il gioco delle citazioni è pressoché continuo ed è la parte meno interessante per chi vuole capire davvero quest'album, per l’occasione prodotto da Nigel Godrich. Perché per entrare davvero dentro bisogna esaminare i testi, toccanti e potenti, quasi un testamento ideologico per uno degli ultimi poeti del rock la cui voce è ritornata ai fasti antichi.

Il percorso di Waters inizia con il battito meccanico di "When We Were Young" a tracciare una linea temporale con quello cardiaco di "The Dark Side Of The Moon"; come a dire che oggi l'umanità ha perso proprio la sua parte più umana: l'empatia. "Dejà Vu" riprende invece i testi di "What God Wants" di "Amused To Death"; la non speranza di Waters arriva a fargli immaginare che se lui fosse stato Dio avrebbe fatto un lavoro migliore, avrebbe protetto i suoi figli (si riferisce alla morte dei primogeniti di Erode), avrebbe creato un corpo più forte e resistente, non soggetto alle malattie e all'invecchiamento. Immaginandosi come un drone, l'ultima arma creata dalla mente umana che uccide da sola, senza creare in chi lo invia la sensazione di essere lui l'assassino, dice che se fosse un drone avrebbe paura di trovare qualcuno in casa, magari una semplice donna in cucina. Alla fine all'uomo non resterà che contare l'amore che si è perduto.

"The Last Refugee" immagina la fine di una guerra con un ultimo rifugiato che, ormai salvo, sogna l'inizio di una nuova vita serena e libera dai bombardamenti. Ma ovviamente è solo un sogno che verrà disatteso, la storia si ripete e l'ultimo rifugiato non è mai davvero l'ultimo. D'altro canto, "Picture That" usa frasi ipotetiche per descrivere quello che è invece già reale; una serie di eventi che in un mondo normale sarebbero assurdi che invece si sono realizzati. "Immaginate un tribunale senza leggi, immaginate un leader senza cervello". Iniziano qui i primi veri riferimenti musicali a Trump, colui che è oggi il vero nemico di Waters e di tutti i suoi ideali di pace e uguaglianza.
"Broken Bones" è uno dei brani che meglio rappresenta i cardini del pensiero di Waters. La voce passa da sussurro a grido straziante; la fine della Seconda guerra mondiale aveva dato una speranza al mondo, ma anziché scegliere la libertà, l'uomo ha optato per l'avidità e per la ricchezza, per quel "sogno americano" che addormenta le persone e porta inevitabilmente alla lotta dell'uomo contro l'uomo. Un mondo davvero libero sarebbe quello dove due bambini nati negli Stati Uniti o in Afghanistan avessero la stessa qualità di vita, invece ci viene spiegato ogni giorno dalle Tv che si ottiene la libertà distruggendo case e città con i bombardamenti. Queste contraddizioni portano Waters a concludere che le nuove generazioni non hanno nulla da imparare dalle vecchie ("non possiamo mettere indietro l'orologio/ non si può tornare indietro nel tempo ma possiamo dire "vaffanculo"/ non ascoltare le vostre stronzate e le vostre menzogne"). Un messaggio che era già passato nel celeberrimo verso "We Don't Need No Education" ma che qui raggiunge abissi ben più profondi.

La lugubre "Is This The Life We Really Want?" inizia con la voce di Trump e spiega i veri motivi che possono far diventare "un imbecille presidente". La paura è il primo elemento, la paura di tutto quello che è diverso da noi; l'umanità viene paragonata alle formiche, sempre indaffarate nel loro ruolo ma incapaci a comprendere il dolore altrui. Ma le formiche non hanno l'intelligenza per comprendere, l'uomo invece sì: perché "ogni volta che uno studente viene investito da un carro armato/ ogni volta che un giornalista viene lasciato a marcire in galera/ ogni volta che cala il sipario su qualche vita" dovremmo essere solidali, invece siamo davanti alla Tv "silenziosi e indifferenti".
"A Bird In A Gale" esplora con maggiore rabbia l'indifferenza dell'uomo verso il dolore altrui, citando la tragica storia di Aylan, il bambino siriano morto in mare e il cui corpo è stato ritrovato nelle spiagge turche nel 2015. Lo stile di Waters continua costantemente sulla scia di "Animals", in questo brano i rimandi a "Sheep" sono evidenti. Il momento più (apparentemente) leggero lo possiamo invece trovare in "The Most Beautiful Girl"; la musica è quasi da lenta ballata malinconica, quelle a cui ci ha abituati paradossalmente da tempo il vecchio amico/nemico David Gilmour, ma la storia di una bellissima ragazza morta in un bombardamento "come un bulldozer schiaccia una perla" è pura tragedia.

Il singolo "Smell The Roses" è il nuovo brano "testamento" che contiene la gran parte delle idee di Waters, seppur vicinissimo musicalmente al sound dei Pink Floyd. Si inizia con l'odore delle rose, ma è solo un breve preambolo che lascerà spazio all'odore del fosforo. Il cambiamento sta arrivando, i cani iniziano ad abbaiare. C'è un potente (un maiale) in una stanza segreta che sta progettando una guerra, sta progettando bombardamenti per potersi arricchire e troverà cani zelanti pronti a eseguire i suoi ordini per pochi soldi. Addirittura per rendere tutto più umano i cani scrivono il loro nome sulla bomba. All'odore del fosforo si unisce quello della "pancetta" (dei cadaveri carbonizzati) ma il maiale che ha ideato tutto cerca di tranquillizzare ("questa è la stanza dove seppellire i tuoi se e i tuoi ma", "dove potrai bruciare in una pira funeraria" il tuo coinvolgimento emotivo). Questa è una citazione di "Light My Fire" dei Doors; "Throw A Photo On The Funeral Pyre" ricalca infatti il "And Our Love Become A Funeral Pyre" ma è ovviamente ironico in quanto Jim Morrison parlava di amore e passioni che bruciano metaforicamente, mentre qui a bruciare sono i cadaveri e il nostro lato più umano, che una volta incenerito ci permette di non pensare e di continuare a vivere felici senza sensi di colpa.

Si finisce con tre brani che sono un continuum, un canto funebre di grande semplicità ed emotività. "Wait For Her" (ispirata a "Lesson From The Kama Sutra" del poeta palestinese Mahmoud Darwish), "Oceans Apart" e "A Part Of Me Died" sono il tristissimo finale dove l'angosciante attesa della donna amata è inutile perché la donna non c'è più. Waters evidenzia come in ognuno di noi ci sia una parte invidiosa, senza cuore, avida, predisposta al male. E questa parte dell'umanità è lì nel pulpito a spargere bugie (e ancora i riferimenti a Trump sono evidenti). Ma ecco all'improvviso che arriva la speranza; ancora una volta è l'amore a poter cambiare le cose. Quella parte negativa presente in ognuno di noi può essere sconfitta: "Quando ti ho incontrato/ quella parte di me è morta". Infine l'ultimo saluto: "Portami la mia sigaretta finale/ sarebbe meglio di gran lunga morire tra le tue braccia/ che indugiare in una vita di rimpianti".

Retromania: così la chiamerebbe (a ragione) Simon Reynolds. Per il suo ritorno Waters riutilizza infatti temi, armonie e persino rumori della "mediateca" dei Pink Floyd: risulta impossibile anche all'orecchio inesperto non cogliere queste costanti citazioni, che spesso sono tuttavia operazioni concettualmente volute. Ma questo non è il problema dell'album: le ninfee e le cattedrali ripetute in serie da Monet sotto diverse condizioni di luce non inficiano la bellezza di un soggetto che rimane comunque sempre simile e familiare. La domanda che ci lascia il ritorno di Waters è: se Trump non si fosse candidato presidente, saremmo qui a scrivere del suo nuovo album? Sarebbe mai esistito un "Is This The Life We Really Want"? Quanto Waters ha bisogno di un nemico contro cui scagliarsi per poter realizzare un album? Proprio per questo, l'ex-Pink Floyd sembra da tempo quasi un supereroe che ha bisogno del nemico per convalidare il suo ruolo salvifico; una sorta di Batman che, senza un avversario da combattere, rimane soltanto un uomo che se ne va in giro con una bella tuta: quella di Waters sono ovviamente gli spettacolari live di "The Wall". C'è voluta la Guerra del Golfo per avere "Amused To Death" e l'elezione di Trump per ascoltare "Is This The Life We Really Want?", quindi quale altro (tragico) evento è necessario per un eventuale prossimo album?
È probabile che l'incapacità di sopportare le ingiustizie di tutti i giorni porti a Waters un'insofferenza crescente, che quando raggiunge vertici insostenibili dà il via a un'esplosione di creatività. Ma indipendentemente dai motivi ciò non toglie che come Gotham aveva bisogno di Batman noi abbiamo ancora bisogno di Roger Waters, che a 74 anni rimane uno dei più grandi cantori della nostra contemporaneità.

(04/06/2017)

  • Tracklist
  1. When We Were Young
  2. Déjà Vu
  3. The Last Refugee
  4. Picture That
  5. Broken Bones
  6. Is This The Life We Really Want?
  7. Bird In A Gale
  8. The Most Beautiful Girl In The World
  9. Smell The Roses
  10. Wait For Her
  11. Oceans Apart
  12. A Part Of Me Died


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