Ron Gallo

Heavy Meta

2017 (New West) | garage-rock, songwriter

E’ uscito lo scorso febbraio “Heavy Meta”, l’opera seconda del musicista di Philadelphia Ron Gallo, già frontman del gruppo roots Toy Soldiers. Ci arriviamo con enorme ritardo ma un recupero era sacrosanto, almeno adesso che l’anno sta definitivamente andando in archivio. Certo alla nostra colpa si somma quella dei tantissimi altri che in questi dieci e passa mesi non si sono accorti di nulla, nonostante il giovane cantante statunitense si sia prodigato nel promuovere dal vivo la sua ultima fatica sui palchi di Bonnaroo, Austin City Limits e SXSW, oltreché aprendo i recenti tour di Black Angels, Oh Sees, Fidlar e Hurray For The Riff Raff. Esce per New West, dopo un esordio di matrice freak-folk diffuso in maniera semi-clandestina (per sua fortuna) tre anni or sono, sulla label personale American Diamond. Il trasferimento a Nashville e il varo di una nuova band ribattezzata Ron Gallo Three – un triangolo completato dal basso di Joe Bisirri e la batteria di Dylan Sevey – hanno rimescolato in modo decisivo le carte e conferito un impulso nuovo a questo emergente, anomalo più per i proclami da antidivo offerti via social che non per il dettaglio glamour di quell’ingombrante capigliatura afro.

“Heavy Meta” è un disco colmo di amarezza e di ironia, nel mettere a fuoco l’inadeguatezza del diventare genitori o l’addomesticamento che accompagna tanta della nuova musica, non necessariamente quella chiamata in causa nella garbata invettiva che chiude i giochi con un sorriso beffardo (e nondimeno impietoso), la più lucida e pungente forse delle sue testimonianze di artista; un disco che si appropria dell’urticante schiettezza del garage seguendo un approccio bellamente istintuale, primitivista, rinunciando in partenza alle derive psych che al momento sembrano ancora andare per la maggiore in quell’ambito e spiluccando a piacimento dal calderoni del rock’n’roll, del glam, del punk e persino del cantautorato classico. Un lavoro per giunta divertente, trascinante e velenoso, quando vuole, che si smussa e si addolcisce sui ritornelli, sempre puntualissimi nel chiamare l’ascoltatore al singalong (“Put The Kids To Bed”, uno dei migliori).

L’impronta sonora tende spesso e volentieri a un alt-rock-blues à-la Jack White abbracciato con buona personalità e toni da bastardello sincero, che non si sofferma a vanvera su espedienti formali ruffiani. Nel suo bagaglio di amabile smargiasso hard-rocker, qua e là un tantino troppo somigliante pure al Ty Segall magniloquente di “Manipulator”, rientra poi anche una buona dose del sarcasmo di chi non rinunci a bersagliare in primis se stesso (“Poor Traits Of The Artist”), e persino qualche reminescenza gigiona dal Gaz Coombes più aspro alla guida dei Supergrass. Certo i nomi potrebbero far storcere il naso ai puristi intransigenti, ma il compromesso, nel caso di Ron Gallo, appare davvero felicissimo e il disco permette di svagarsi in modo intelligente restando sostanzialmente in pace con la propria coscienza.

Il ragazzo mostra di avere le idee chiare, punge e accarezza in egual misura, riesce a sposare istrionismo e respiro sufficientemente epico vestendo con buona autorevolezza una scorza da rocker duro, grezzo, declamatorio quanto basta. Se la scrittura si rivela basilare ma ficcante, i refrain riescono tutti abbastanza micidiali mentre sporcizia, riverbero e isteria fanno la loro parte anche senza esondare mai in maniera irreparabile.
Nella seconda facciata Ron sembra voler alzare la posta rallentando i giri e aprendo ancora più spazi per la riflessione, risentita o disincantata che sia, tra una strizzata d’occhio a Marc Bolan, una al John Lennon d’ordinanza e qualche opportuno languore spacey (“Don’t Mind The Lion”), senza peraltro rinunciare a spingere a tutta sulle pedaliere e senza precludersi a tratti una sottilissima aura di maledettismo tascabile, a patto di non farsi prendere troppo la mano (“Started A War”).

Insomma, è disimpegnato ma nient’affatto banale il ragazzo. Un po’ spaccone, un po’ fratello minore di Ryan Adams, anche abbastanza coraggioso nel suggerire una propria via tra canzone d’autore e revival garagista, se nell’ammaliante confusione di “Black Market Eyes”, uno dei brani da incorniciare di questo sophomore onesto e, a modo suo, rinfrancante, è difficile non sentire l’eco lontana di un Tim Buckley pure trasfigurato. Si dimostra così un autore non solo ispirato e con dalla sua i suoni giusti, ma anche un abile diplomatico della canzone, uno che non indulge nelle esasperazioni di rito e che sa quando è opportuno mordere il freno.
Basterà questo a farne una stella? Di per sé suona improbabile, ma mai dire mai. In fondo tra quelli folgorati sulla via di Damasco, ancorché in ritardo, c’è anche qualche radio mainstream italiana di buzzo buono con gli sdoganamenti in zona indie. Prima che il Gallo canti un’altra volta, chissà…

(31/12/2017)

  • Tracklist
  1. Young Lady, You're Scaring Me    
  2. Put The Kids To Bed    
  3. Kill The Medicine Man    
  4. Poor Traits Of The Artist    
  5. Why Do You Have Kids?    
  6. Please Yourself    
  7. Black Market Eyes    
  8. Can't Stand You    
  9. Started A War    
  10. Don't Mind The Lion    
  11. All The Punks Are Domesticated
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