Rose Elinor Dougall

Stellular

2017 (Vermillion) | alt-pop

Non è tipo da farsi prendere dalla fretta, Rose Elinor Dougall, se questo comporta produrre dischi all'altezza delle sue aspettative. Non che la ragazza, appartenente a una famiglia in cui a quanto pare il talento si spreca (il fratello Tom a fronteggiare i TOY), se ne sia stata nel mentre con le mani in mano (tanta l'attività tra televisione e teatro), eppure sembra passata un'eternità da quando nel 2010 debuttava, a suon di sognanti elegie pop, nel piacevole ma un pizzico discontinuo "Without Why". L'attesa è stata ripagata con gli interessi: quanto predisposto in "Stellular" parla infatti di un'artista ormai perfettamente formata, consapevole dei propri mezzi, forte della sua visione e capace di trasmetterla con tutta la personalità a propria disposizione. E di personalità, lungo i dodici brani di questo sophomore, se ne trova in grande quantità.
Melodista provetta, interprete dal tocco posato e sottilmente sensuale, arrangiatrice eclettica, dal notevole gusto ritmico, compositrice dalle squisite qualità pop: in un lavoro praticamente privo di momenti di stanca, Dougall presenta un pacchetto completo, di quelli che in un Regno Unito sempre più affannato e privo di nomi su cui scommettere appaiono come una rarità da custodire gelosamente. Non sarebbe poi così strano, se con il tempo si parlasse di quest'album come di un piccolo classico del pop-rock inglese targato anni Dieci.

Impostate su un'impalcatura ritmica implacabile, che a prescindere dal grado di intensità non manca mai di dare il proprio sostegno a qualsiasi melodia le capiti sotto tiro (talvolta sconfinando nel motorik tanto amato dalla band del fratello, vedasi lo splendido binomio di apertura), le canzoni del disco si susseguono in un fluire continuo e coordinato, nel quale gli estremi stilistici ed espressivi si completano e si complimentano come un meccanismo ben oliato, donando al disco una coesione impeccabile. In questo senso, le robuste aperture wave della title track, giocate sulla dialettica tra il groove chitarristico delle strofe e le rapide (s)toccate di synth del refrain, trovano un contraltare perfetto nelle dinamiche sornione della successiva "Closer", tutta un borbottare di basso e chitarre, in cui la penna di Dougall sa esaltarne il lato più fresco e spiritoso. In tutto questo, l'apparente distacco suggerito dalle interpretazioni della cantante sa invece mantenere il giusto equilibrio tra pathos e sensualità, evitando di inciampare nel melodramma fine a se stesso o in una pantomima sexy ben poco consona a quanto evocato dalla musica.
Nella disco-wave dalle tinte funky della trascinante "All At Once" c'è comunque spazio per un pizzico di suggestione in più (splendidi i bisbigli prima della ripresa strumentale conclusiva), ma è soltanto una sfumatura di un approccio vocale che invece si mantiene armoniosamente super-partes, in una leggiadria che non si tarda ad accostare a quella di una Sophie Ellis-Bextor.

In effetti, l'analogia è tutt'altro che insensata. C'è la stessa eleganza nel delicato trasporto con cui Dougall circonda la melodia di "Answer Me", midtempo pianistico che in mani più grossolane si sarebbe tramutato in una tronfia power-ballad per ugole prive di moderazione; così un passo di valzer come "Poison Ivy" viene trattato con la brillantezza del migliore indie-pop, senza la pesantezza di certa musica da camera, con l'aggiunta di sottili nuance psichedeliche. Proprio giocando con la psichedelia, quella tanto cara alla band di suo fratello e ai colleghi di "missione" Horrors, l'autrice intercetta il meglio dalla sua creatività. Il già menzionato binomio di apertura, con le sue fioriture mediorientali ("Colour Of Water") e le splendide aperture melodiche ("Strange Warnings"), porta la miscela sonora propria delle band di cui sopra alle estreme conseguenze pop, in un crocevia espressivo che riesce a inserire con l'opportuna delicatezza il modernariato electro di tante band contemporanee.

I tempi in cui una Dougall ancora adolescente si faceva le ossa tra wall-of-sound di spectoriana memoria e frizzanti melodiole sixties nelle fila delle Pipettes sembrano appartenere al passato di un'altra artista. Con l'eclettismo proprio di una persona senza confini e preconcetti, con l'acutezza e la versatilità nella penna di un'autrice consumata (provate a trovare di questi tempi una ballad più commovente e intensa di "Wanderer"), la cantautrice britannica si candida sin da ora a farsi portabandiera di come il pop inglese non abbia ancora detto la sua ultima parola. Avanti tutta, Rose Elinor!

(14/04/2017)

  • Tracklist
  1. Colour Of Water
  2. Strange Warnings
  3. Stellular
  4. Closer
  5. Take Yourself With You
  6. All At Once
  7. Answer Me
  8. Dive (ft. Boxed In)
  9. Poison Ivy
  10. Hell And Back
  11. Space To Be
  12. Wanderer


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L'ex Pipettes scende in campo indie-pop con un variegato esempio di modern music. 

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