Dag Rosenqvist & Matthew Collings

Hello Darkness

2017 (Denovali) | ambient-noise, modern classical

Non fatevi fregare dall'artwork rosa confetto - così come la lacrima sullo smiley dovrebbe già mettervi sull'attenti. La prima collaborazione in full-length tra Matthew Collings e Dag Rosenqvist - dopo le prove generali confluite nell'Ep "Wonderland" (Hibernate, 2012) - è di una serietà affine al requiem per Edward Snowden dello scorso anno, in pratica la colonna sonora per l'imminente avverarsi della distopia orwelliana.

Un vecchio amico, l'oscurità, come un presagio annidato tra le armonie vocali dei futuri rivali Simon e Garfunkel, e che nel ritrovato binomio anglo-svedese assume la forma di un'estrema contaminazione tra neoclassicismo e detriti post-industrial/noise: un'alchimia del tutto in linea con un catalogo spurio come quello dell'indipendente Denovali, aggregatore di molte esperienze che non trovano classificazioni di genere soddisfacenti.

Lo sviluppo sfasato di "Hello Darkness" è frutto di una gestazione le cui fondamenta, appunto, risalgono almeno a cinque anni fa, ed è consistita sino all'ultimo in una frammentaria raccolta ed elaborazione di materiali, fatta anche di ripensamenti e scarti obbligati. Quel che ne rimane è una sorta di diario dell'inquietudine interiore, con passaggi di autentico e incontenibile tormento interiore evocato da stratificazioni sonore asprissime. Nelle ruvide tessiture in mutamento di Rosenqvist vibra l'anima mundi corrotta e lacerata delle suite di Jefre Cantu-Ledesma, a oggi forse le più riuscite sintesi tra estetica del rumore e lirismo ambient.

"It Was Digital, And It Was Beautiful": frase che suona come la resa incondizionata a un incubo ad occhi aperti, un commento che giunge al termine del processo di assuefazione nei confronti di una realtà surrogata. È il lungo e necessario prologo che introduce l'ingresso dei primi lamentosi accordi di pianoforte, cui fa da controcanto il sommesso corno francese di Matthew Giannotti, già comparso nell'ensemble di "Silence Is A Rhythm Too".
"Renaissance" fa sua la fondamentale lezione del duo Reznor/Ross, trattenendo la tensione crescente dei primi due minuti a un livello epidermico, prima dell'inevitabile deflagrazione in un maestoso scenario saturato alla Tim Hecker - ma il cuore glaciale di "Millennium" si propaga sino alla coda "Hours And Days" e di nuovo nella meno efficace giustapposizione di "Grey". In "Streets" le estensive scie d'organo sono come forate da particelle glitch che ne turbano la linearità, mentre fra le pieghe di "In My Muscles" si affacciano appena i sinistri vagiti che introducono il manifesto hi-tech "LEXACHAST".

Infine l'album va spegnendosi quasi in sordina con "The Age Of Wire And String" (dall'eccentrico catalogo dell'autore postmoderno Ben Marcus), coerentemente con il suo principio ma rinunciando all'opportunità di un gran finale che potesse in parte risollevarne l'incerta sorte. Gli elementi di partenza sono ottimi, ma occorre davvero più tempo e dedizione per superare la fase di bozza e dare forma a un'opera composita che potrebbe anche apportare validi sviluppi a questa nuova poetica della (momentanea) calma apparente.

(18/03/2017)

  • Tracklist
  1. It Was Digital, And It Was Beautiful
  2. You Don't Have To Tell Me About Hell
  3. Renaissance
  4. Hours And Days
  5. Grey
  6. Streets
  7. In My Muscles
  8. The Age Of Wire And String
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