Ryan Adams

Prisoner

2017 (Pax-Am/Blue Note) | rock, songwriter

I know our love is wrong
I am a criminal
Mmm, I am a prisoner
For your love
("Prisoner")

Proprio con queste parole la title track del sedicesimo album di Ryan Adams ne racconta la condizione di prigionia per amore per cui sta scontando tutt'ora la pena. Il cantautore di Jacksonville ed ex-Cardinals è recentemente venuto fuori da un pessimo periodo della sua vita, ovvero il divorzio dall'attrice Mandy Moore, con la quale era sposato dal 2009. "Umiliante e una cosa fottutamente orribile da attraversare", ha dichiarato in varie salse durante le interviste che hanno preceduto la pubblicazione di questo disco. Ryan Adams si rivela in questa esperienza in tutta la sua fragilità umana, e riversa la confusione e il turbamento nella sua musica, sia in senso positivo che in senso negativo. A precedere "Prisoner" vi era stato "1989", album interamento costituito dalle cover firmate Adams dell'omonimo album della reginetta pop Taylor Swift: una scelta e una reinterpretazione tanto insolita quanto criticata; in molti hanno letto "1989" come una commercializzazione, altri come una semplificazione del suo stile, altri ancora come una mancanza di originalità, tuttavia, nonostante il connubio non fosse dei più azzeccati, quella "Shake It Off" dai toni springsteeniani era una chicca unica, quanto orecchiabile.

Chi si aspettava un altro "Heartbreaker" o un altro "Rock N Roll", auspicando che la separazione dalla Moore ispirasse ad Adams una di quelle fasi malinconiche e poetiche di rock alternativo dalle tinte country, rimarrà in parte deluso. "Prisoner" si tiene ancora sulla scia dei tributi, ma lo fa con brani inediti: "Do You Still Love Me?" e "Anything I Say to You Now" potrebbero essere tranquillamente uscite nel 1985 senza destare il minimo scalpore, con i versi della prima che vantano un iniziale "I been thinking about you, baby" e tastiere prese in prestito allo Springsteen di "Born In The Usa". La sfilata 80's di "Prisoner" non si arresta a questi soli due brani, ma attinge anche a Rem, Smiths e Police nell'impiego di sonorità riverberate, chitarre elettriche che riecheggiano lontane, passaggi acustici.

Ma non è un cover album; Adams sa tirare fuori qualche gioiellino, come la minimale "To Be Without You" o la oscura e originale (nelle liriche) "Haunted House", che sollevano di tanto in tanto il disco dal suo tripudio di giacche di jeans e stivali a punta. Del vecchio Adams rimane solo la voce, qualche breve istante, come nelle atmosfere di "Shiver And Shake" e la cruda "Tightrope"; mentre, in brani come "Breakdown" sembra fare anche il verso ai classici testi dei tempi d'oro dell'AOR con combinazioni un po' facilone: "Oh, my soul is/ Black as coal". È fin troppo evidente che Adams sa esattamente di scherzare, ma non si scompone e resta nel personaggio del rocker anni Ottanta. Difatti, pur vestendo anche stavolta panni diversi dai suoi, realizza anche una classica ballata arena-rock quale "Doomsday", che ci accoglie con un'armonica degna di "Come Pick Me Up", un ritornello a tratti gridato con disperazione, e un perfetto compromesso tra il solito Adams e il già citato menestrello di "Born To Run".

Malgrado non sia il ritorno del sound unico del Ryan Adams dei primi anni Duemila, è un disco che resta impresso, si fa ascoltare e riascoltare proprio perché gioca con le citazioni, con la melodia, con l'universalità delle sue tematiche, prendendosi anche poco sul serio. Proprio alla Bbc aveva dichiarato: "Sto lasciando una mappa per le persone se si dovessero trovare in posti difficili". Ed è esattamente quello che fa: lascia riferimenti comprensibili a chiunque. Si spera solamente che Adams non resti prigioniero - e la parola calza - di questo periodo di tributi e stallo creativo.

(21/02/2017)



  • Tracklist
  1. Do You Still Love Me?
  2. Prisoner
  3. Doomsday
  4. Haunted House
  5. Shiver and Shake
  6. To Be Without You
  7. Anything I Say to You Now
  8. Breakdown
  9. Outbound Train
  10. Broken Anyway
  11. Tightrope
  12. We Disappear


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