San Diego

Disco

2017 (Stradischi) | synth-wave, pop

San Diego è un dj e cantautore romano che porta nel suo nome un dualismo: da una parte la città dalle atmosfere acquatiche, dall’altra l’(auto)ironia di definirsi un santo. Il suo album d’esordio si intitola semplicemente “Disco”: nove tracce in cui la synth-wave la fa da padrone attraverso melodie nostalgiche dal sapore anni 80 e basi portate all’eccesso. La sua sperimentazione musicale parte dalla vaporwave e da testi che sono flussi di coscienza a cui viene poi dato un senso: “È come se quando scrivo fossi un’altra persona, mi immagino cose che devono ancora accadere e non sono ancora state vissute, come una sorta di nostalgia del futuro” racconta l’artista.

La prima impressione, nell’ascoltare il disco, è quella di trovarsi dentro a una bolla: la musica riempie così tanto le orecchie da non lasciare modo di concentrarsi sui testi. La voce, sovrastata dalla spinta dei synth, sembra un’eco lontana: il ritmo prende il cervello in maniera totalizzante e le parole diventano quasi superflue. Viene creata una dimensione nuova in cui tutto è sospeso e surreale, un mondo a parte fatto di suoni, un viaggio di circa mezz’ora che provoca una temporanea fuga dalla realtà. Questa scelta è voluta e consapevole: “Io avrei estremizzato ancora di più l’esaltazione dei synth a discapito della voce, che non mi piace sparare in faccia, perché altrimenti si rischia di cadere nel pop generico” sottolinea San Diego.

L’album parte con “Dio”, che è sicuramente il pezzo meglio riuscito dell’intero lavoro, nonché il primo scritto e pensato con in testa già le sonorità che caratterizzano il disco. L’esplosione dei sintetizzatori viene accostata perfettamente alla rassegnazione mista a pessimismo del testo, dando vita a un ritmo coinvolgente che trascina come in un vortice e fa venire voglia di alzare il volume della musica per cercare di entrarci. Questo mood viene bruscamente interrotto a metà canzone, quando tutto tace e si crea un’atmosfera quasi sacra: “Oddio, che cosa c’è, tutto è per lei, lo rifarei” è la frase che riecheggia, come una specie di preghiera.
In “Vueling” c’è un senso metaforico del viaggio, “Perché io non volo, mi agito nei giorni inutili”, accompagnato da una negazione costante: l’avverbio “non” viene ripetuto 14 volte. Ci sono vuoti e negazioni anche a livello musicale: a un certo punto la canzone si interrompe per un secondo, per poi riprendere e terminare all’improvviso come se qualcuno avesse spento di colpo la musica. In “Agosto”, il pezzo più estivo dell’album, si sente molto il sapore della disco anni 80, intrisa della malinconia tipica di quella decade: “Non lo so come ne uscirò dall’idea di estate dentro te” canta San Diego, creando un’atmosfera sognante e avvolgente, ancora una volta piena di negazioni e contraddizioni. C’è infatti una presenza incostante e non definita: una lei che sembra una figura negativa, più che salvifica, un fantasma che torna e tormenta, vaga nei pensieri e non lascia pace.

L’attacco di “Meteo” sembra la sigla del cartone animato “È quasi magia Johnny”, e in generale in tutto l’album è diffusa questa sensazione di trovarsi dentro a un cartoon: “Le basi sono suggestioni che vogliono innescare una critica, al cui centro c’è il discorso del tempo e dei mass media e la dimostrazione che tutti, ormai, facciamo parte di un ascolto forzato, che ci porta, ad esempio, a conoscere una famosa sigla di un cartone animato” spiega San Diego. E proprio ascoltando questo pezzo viene a galla un’altra caratteristica di “Disco”, ovvero la scelta di raccontare pensieri e circostanze, mediamente tristi, su basi allegre e coinvolgenti, che danno vita a un ossimoro di suoni e parole: “Tu sei con me ma manchi sempre, per quanto ancora aspetterai, finché ci sei ma non ci sarai mai”.
“Meme” è la canzone che riporta alla realtà perché ricorda che non si può prescindere dagli elementi modaioli che caratterizzano l’epoca in cui si vive. E però, anche in questo caso, si tratta di una citazione dei tempi attuali che punta ad attirare l’attenzione per poi parlare di tutt’altro. “Conchiglie”, featuring realizzato con Lo Sgargabonzi, è invece l’unico pezzo che si distacca dalla cifra stilistica dell’album per proporre una canzone in cui le parole sembrano un flusso di coscienza parlato, mentre le basi sono estremamente minimal, non sovrastano la voce ma al contrario la accompagnano, contribuendo a rendere il ritmo incalzante.

“Disco” non è da cantare, ma da ascoltare. Trascina per i suoi suoni ma non convince per le parole. Sembra tutto solo accennato, non c’è narrazione nei testi e la voce non viene esaltata. Dopo il primo ascolto è difficile che rimanga in testa un ritornello, mentre sono le atmosfere synth-wave ad avvolgere e caratterizzare l’album. La voce non emerge e i testi sono quasi superflui, al contrario i suoni sembrano la colonna portante dell’intero lavoro, di un esordio che si differenzia dal solito synth-pop studiato a tavolino ma apre le porte a una sperimentazione molto più vasta e tutta da scoprire.

(12/11/2017)

  • Tracklist
  1. Dio
  2. Vueling
  3. Paperopoli
  4. Meteo
  5. Agosto
  6. Campionessa
  7. Aquagym
  8. Meme
  9. Conchiglie (feat. Lo Sgargabaronzi)
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