Sevdaliza

ISON

2017 (Twisted Elegance) | trip-hop, electro-songwriter, noir-pop

Il pianoforte ripreso da "Le cocou au fond des bois" di Camille Saint-Saëns tratteggia la linea armonica, la base quasi-jazz screziata da bjorkiani acciacchi digitali avanza al passo, la voce de-canta con una lentezza ancestrale e gli archi mediorientali del finale s'inerpicano su un sentiero cinematografico: "Shahmaran" dimostra subito che Sevdaliza è un'autrice intensa e alquanto seria, e per i prossimi 66 minuti di durata, "ISON" non sarà certo un ascolto leggero da farsi in fretta e furia. La drammatica posa plastica della foto di copertina, una testa mozzata adagiata contro uno sfondo rosso sangue in aria di scuola d'Arte, non poteva alludere altrimenti.

Nel corso dell'ultimo biennio, il nome dell'iraniana Sevda Alizadeh ha fatto spesso capolino nell'etere, creandosi un seguito affiatato ma anche di nicchia rispetto ad altri nomi da hype; era apparsa quasi come una novella FKA twigs sul meraviglioso video in Hd di "That Other Girl" (dal suo primo Ep "The Suspended Kid", 2015), mentre l'estemporanea "Bebin", cantata in farsi, era giunta come una dolente ma limpida nota di protesta di fronte alla chiusura delle frontiere americane nei confronti dei cittadini dell'Iran.
Sono due indizi che, in parte, aiutano alla lettura di "ISON"; l'aspetto visivo è sicuramente molto importante, dal momento che Sevdaliza si muove da sempre nel campo dell'espressione multimediale. Dal suo sguardo fiero e imperscrutabile, invece, scaturisce una forza silenziosa, e anche se purtroppo nessuna traccia del qui presente disco è cantata in farsi, la musica si muove su atmosfere incompromissoriamente orgoliose della propria cultura, ma allo stesso tempo trascendenti in una visione fortemente personale.

Siamo di fronte a un moderno trip-hop, scarno e monocromatico nei toni ma sempre carico di significato e d'atmosfera, dove pochi tratti di archi e stralci di stridori elettronici fanno da cornice a una voce profonda e vibrante. L'ascolto nella sua lunghezza può essere pesante, lo svolgimento è lento e richiede attenzione costante, ma ogni pezzo si ammanta di un fascino particolare, aiutato da rivoli di mini-momenti topici che dimostrano, in maniera lampante, come l'arte di Sevdaliza sia in grado di guardare al dettaglio senza mai dimenticare il suo insieme.
Così il singolo "Marilyn Monroe" mostra davvero delle tonalità cinematografiche da film noir ma senza mai cadere in stereotipi di sorta, e ancor più suggestivo è il macabro spoken word di "Do You Feel Real", con quei violini che serpeggiano nell'oscurità. Ma nel video della quietamente possente "Human", Sevdaliza si mostra agli occhi degli spettatori voyeuristi come un centauro a due gambe mentre declama con decisione la propria umanità - momento altamente significativo del suo essere donna e artista in un panorama socio/politico dove tanto viene detto sulla condizione delle donne del mondo musulmano, ma senza mai coinvolgerle in prima persona.

Su "Hero" il vocoder trasfigura il canto in una sorta di lamento alla James Blake dai toni accelerazionisti, ma la presenza scenica dell'autrice è indubbiamente più corposa e tocca ancora una volta un'umanità tutta femminile - la stessa femminilità che poi si sa ammantare di elegante suadenza in "Amandine Insensible", pezzo che accarezza dolcemente la pelle tramite le introspezioni di una Rosie Lowe. C'è poi un tocco vagamente lugubre nel distorto incedere elettronico di "Scarlette" e sugli stessi toni ad alta tensione si muove pure "Loves Way", una lentissima e impalpabile ballata di quasi sette minuti dove, verso la metà, una linea di synth inizia a crescere in moto circolare richiamando i Portishead più spettrali. E sempre da Bristol pare venire pure la suggestiva introduzione d'archi neo-classici di "Grace", che dà poi il via a una lacrimevole cavalcata in chiaro stile Beth Gibbons (uno dei pezzi più belli del disco). Un tocco a metà strada tra il sacro e il profano anima invece il più breve momento di "Replaceable" e soprattutto l'elegiaca chiusura di "Angel", dove la voce finalmente s'innalza in tutto il suo solitario splendore contro un canto ancestrale che scaturisce dalle rocce aride del deserto.

Peccato davvero che nessuna traccia di "ISON" sia stata cantata in farsi, la lingua madre di Sevdaliza si sarebbe adattata meravigliosamente a un tessuto musicale così evocativo e possente nella sua essenzialità, creando di conseguenza un qualcosa di veramente unico nel panorama. Ma anche in lingua inglese, "ISON" è un disco vivido, la musica scorre lenta e vischiosa ma pulsa come il sangue nelle vene, rivelandosi poco a poco e solamente se si è dell'umore giusto. Ma il fascino dell'opera sta proprio in questa sua maestosa e posata lentezza; pur partendo a carburazione lenta, e non senza prima aver stordito i sensi e anebbiato la mente, la visione artistica di Sevdaliza presto prende la forma di uno schiaffo in faccia - la traduzione in musica del ferreo volere di un'autrice che, con un solo album all'attivo, già dimostra una padronanza del proprio mezzo espressivo fuori dal comune, e non ha alcuna paura nel colpirti direttamente nelle viscere.

(17/05/2017)



  • Tracklist
  1. Shahmaran
  2. Libertine
  3. Marilyn Monroe
  4. Hubris
  5. Amandine Insensible
  6. Hero
  7. Scarlette
  8. Bluecid
  9. Loves Way
  10. Human
  11. Do You Feel Real
  12. The Language Of Limbo
  13. Replaceable
  14. Grace
  15. When I Reside
  16. Angel




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