Simon Joyner

Step Into The Earthquake

2017 (Shrimper) | americana, songwriter, roots

Where’s this land of the free?
There’s a riot goin’ on,
spin the juries till they’re hung
bring the war armor and the pepper spray…
Better blue than true won’t do tomorrow
cause we’re feeling it today

Ecco un altro artista segnato a fondo dalla sbornia elettorale delle presidenziali dello scorso anno. No, non si tratta dell’ennesimo punk-rocker abituato all'antagonismo d'ordinanza, né di un novellino opportunista in cerca di quel briciolo di visibilità. Si chiama Simon Joyner e viene da Omaha. Anche se facilmente non lo avrete mai sentito nominare, è uno dei più rispettati riferimenti per la canzone d’autore nel suo paese, e in venticinque anni di ineccepibile carriera ha raccolto elogi sperticati dai vari Beck, John Darnielle, John Peel, Gillian Welch e Kevin Morby, oltreché dal suo discepolo riconosciuto, il concittadino Conor Oberst. La vittoria di Trump, si diceva, lo ha scottato. Ha dato corpo, più che altro, a un risentimento che in lui covava da tempo e che lo ha spinto a tornare in studio ad appena due anni dal precedente “Grass, Branch & Bone”, infoltendo il suo gruppo di supporto (The Ghosts: Chris Deden, David Nance, Michael Krassner) con uno stuolo di turnisti di rango, in testa gli esperti Alex McManus (Lambchop, Vic Chesnutt) e Ben Brodin, per l’occasione anche produttore.

Quello che è venuto fuori in uno studio cittadino è con ogni probabilità il suo lavoro più rigoglioso e tonico di sempre, merito di elettriche mai tanto puntuali e trascinanti. Quattro facciate da una ventina di minuti ciascuna, per un doppio album pregno di significati che rilancia gli stessi nomi cui la critica lo ha accostato negli anni con maggior insistenza – dall’ovvio Dylan a Leonard Cohen, da Neil Young a Townes Van Zandt – per quanto sia un’impronta à-la Phil Ochs a fare la differenza in questo caso, e nello stream of consciousness sotto convulsioni che chiude i giochi ci si conceda il lusso di evocare i fantasmi di Lou Reed e Woody Guthrie, con tanto di infuocata licenza poetica nei confronti di “Vigilante Man”. Volendo assecondare fino in fondo il parallelismo da sempre tirato in ballo nei confronti del signor Zimmerman, potremmo spingerci a raccontare questo “Step Into The Earthquake” come il suo (tardivo) “The Times They Are A-Changin’”.

Dal primo istante Simon vi recita con grande autorevolezza, pur attraverso un’inflessione tra il placido e il confidenziale. Per una volta si apprezza un taglio intimista assai meno angusto rispetto alla sua norma; il tono è disinvolto, declamatorio, senza ombra di timidezza proprio come nel miglior Dylan, senza incertezze. Ponderato ma a suo modo audace, il nuovo Joyner trova un respiro finalmente ampio e la giusta spinta affabulatrice già con “Annie’s Blues”, l’incedere quasi marziale, una pienezza nell’arrangiamento e una sicurezza che ricordano il Bill Callahan della maturità. Cantautorato a tutto tondo, quindi, che si serve finalmente della chitarra elettrica come di un grimaldello espressivo ma poi entusiasma con la ricchezza di una proposta che per il resto non rinuncia ad alcuna delle sue prerogative, dal classicismo della scrittura alle immancabili stonature di quella voce così umile, accantonando soltanto le tentazioni lo-fi del suo lungo apprendistato scapigliato.

E’ un disco che rimpiazza l'introversa prima prima persona singolare del Nostro con una coniugazione finalmente plurale, e che si diletta con i più abusati standard dell’Americana per offrire una prospettiva defilata, ma comunque pungente, dalla quale contemplare il presente e i suoi sfasci con il giusto trasporto, tra disincanto e partecipazione. Un album ricco di pathos, anche, ma poco incline al patetismo ruffiano, volto a illustrare con toni non necessariamente cupi questi anni di crisi e trasformazioni profonde – culturali, morali, sociali – mantenendo uno sguardo privilegiato sugli Stati Uniti del dopo Obama, dalle controriforme a furor di social a Black Lives Matter. In un certo senso potrebbe suonare anche come un necessario aggiornamento dell'indagine di "Yankee Hotel Foxtrot".

Quello esibito in “I’m Feeling It Today” è un piglio magnifico e straordinariamente comunicativo per un artista in genere votato al rigore di un’introspezione poco avvezza al compromesso. Eccolo qui, corroborato oltremodo da una compagnia di musicisti che ne esalta a sorpresa le doti di trascinatore, in numeri che ricordano ora la Band, ora i giovani Jayhawks, ora il Bonnie Prince Billy contagioso di qualche stagione fa. Ma il songwriter del Nebraska non sacrifica la più efficace delle sue doti, quell’asciuttezza commovente da cantore delle cose ultime, degli intimi dettagli del quotidiano, per l’occasione rispolverata con un senso di meraviglia nuovo, una compiutezza espressiva che ancora una volta non silenzia le imperfezioni e non ha nulla in sé di accademico, artefatto, tedioso. Da rimarcare anche il contributo delle parole, vettori di un lirismo sporco e bellissimo, davvero cruciali per infiammare l’album nei suoi frangenti più laceranti (e mai sterilmente crudi) in un formidabile gioco di sponde con la parte musicale (come nel caso di “Flash Forward To The Moon”, titolo tra i più sofferti e sanguinanti).

Nella sua pancia il disco ritrova una quiete solo apparente, un’intonazione dimessa ma mai rinunciataria che snocciola con parsimonia scampoli della sua epica spicciola, fatta di armonie semplici ed eternamente ritornanti (“Galveston Blues”) come le onde sulla spiaggia al tramonto della copertina. Così un pezzo intitolato “Terremoto” è anche il più composto del lotto, quello più vecchia maniera, ed elude le fratture, gli spifferi, il subbuglio (emotivo in primis) che tutto attorno la fanno da padroni. Le “illuminazioni” rievocano la poesia incespicante di Vic Chesnutt nei suoi rari intermezzi di pacificazione. Al culmine – una magica “Daylight” – il passo rallenta e non occorre altro che un’acustica tetra, un violino e il pianoforte per rendere con maligna ironia, in tutta la loro drammaticità, il senso di un rinculo epocale e delle macerie che restano; le stesse della retorica yankee del coraggio, riesumata fuori tempo massimo dal reazionario di turno quando non c’è più nulla, forse, da salvare (“As Long As We Are In Danger”).

E’ in questi ultimi solchi che le inquietudini e le contraddizioni tornano a deflagrare e occorre allora la consapevolezza che una resa, comunque splendida (e ancora profondamente chesnuttiana), sarà ineludibile. Ma come ha suggerito Benjamin Booker nella sua recente, pregevole, opera seconda, quando un presente funesto palesa l’inservibilità dei vecchi idealismi, emerge in tutta la sua evidenza il ruolo cruciale dell’essere testimoni, di una coscienza che non rinunci a mostrarsi vigile e a denunciare. Ecco, quando l’onere della testimonianza spetta a uno come Simon Joyner, possiamo sempre andare sul sicuro.

(03/12/2017)

  • Tracklist
  1. Hail Mary
  2. Annie’s Blues
  3. Another Midnight Special
  4. I’m Feeling It Today
  5. Atlanta Bypass
  6. Flash Forward To The Moon
  7. Earthquake
  8. Illuminations
  9. Galveston Blues
  10. Daylight
  11. As Long As We Are In Danger
  12. I’ll Fly Away
  13. I Dreamed I Saw Lou Reed Last Night
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