Skag Arcade & meanwhile.in.texas

Twentynine Palms

2017 (Luce Sia) | drone, noise, experimental

Torna la collaborazione tra Skag Arcade (Paolo Colavita) e meanwhile.in.texas (Angelo Guido), due artisti italiani dediti rispettivamente a un noise di matrice industrial e a un suono drone-ambient, che già nel 2016 avevano unito le loro forze nel lavoro collaborativo “Fernweh”, pubblicato in edizione limitata su cassetta dalla label svizzera Luce Sia.
Ora arriva, sempre per la stessa etichetta, la cassetta chiamata “Twentynine Palms”, registrata tra la California e l'Italia e masterizzata in Svizzera da Attila Folklor, la quale riprende il discorso proprio da dove l'avevamo lasciato (non a caso i due lavori farebbero parte di un'ipotetica trilogia in divenire, dedicata al deserto americano), tra substrati ambient e sovrapposizioni di rumorismi aspri, loop di campionamenti vocali e linee di synth oscure, protratte in maniera ossessiva e sinistra, in una perfetta sintesi tra gli elementi portanti dei protagonisti del lavoro qui analizzato.

“Desert Heights” apre il tutto con un suono da presa diretta, in pieno gusto field-recording, il quale evolve sempre di più aggiungendo campionamenti vocali presi da registrazioni e oscuri toni dark-ambient dal sapore siderale; i muri di distorsione sono dietro alle porte, dandoci un attacco harsh-noise caustico all'insegna del rumore bianco. La seguente “Lost Horse Valley” gioca sul loop onirico, protraendo un drone in levare tra suoni stridenti di matrice industriale, sfociando poi in meccanismi inumani, ma in qualche modo epicinella loro fredda solennità, mentre “Neon Dusk, Neon Dust” è basata prima su un loop squillante, poi su cascate di rumore fragoroso e totalizzante, raggiungendo vette vicine al Japanoise più destabilizzante, ma mantenendo una parvenza di trama sonora, pur nel caos più totale. 
“Inland Empire” è un episodio sinistro e strisciante, anch'esso pronto a esplodere in suoni metallurgici, intervallati da voci filtrate che mantengono ben poco di umano e linee oscure dal sapore dark-ambient, ennesimo simbolo di un matrimonio stilistico che domina tutto l'album.
La finale “Road Runner” chiude il viaggio con strati ambient densi ed evocativi, destinati ad aprirsi a muri di suono ossessivi ed effetti siderali non lontani dal Lustmord più cosmico, ma qui uniti a campionamenti di registrazioni radio, i quali ricordano stazioni abbandonate nel deserto che trasmettono ancora messaggi fantasma nell'etere. 

Un lavoro di sessanta minuti sicuramente non per tutti, caratterizzato da un drone-ambient dai connotati noise disorientanti e psichedelici, capaci di scolpire trame sonore e paesaggi mentali grazie a strati di loop e rumori distorti disposti in sequenze ragionate e alternanze non casuali.
Non si tratta sicuramente dell'episodio più ostico del genere, e anzi vi è qui una sorta di “musicalità” (a patto di essere avvezzi a certe derive sonore) che ci consegna pezzi con un proprio crescendo e struttura; il risultato è qualcosa quindi di certamente sperimentale, ma che può essere un punto d'accesso per gli ascoltatori più coraggiosi, decisi ad avvicinarsi a certi suoni. 

(20/12/2017)



  • Tracklist
  1. Desert Heights
  2. Lost Horse Valley
  3. Trompe-L'Oeil
  4. Neon Dusk, Neon Dust
  5. Inland Empire
  6. Road Runner
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