Slowdive

Slowdive

2017 (Dead Oceans) | dream-pop, shoegaze

Regna un silenzio assordante alla fine del disco che segna il tanto atteso ritorno degli Slowdive. Non il rumore degli ultimi ventidue anni che hanno cambiato e ricambiato la musica inglobando suoni e generi decaduti, ma il rintocco sempre più lontano degli ultimi echi di speranza che gli inglesi tornassero ad abbracciare lo scorrere del tempo.

Ben oltre due decenni fa, la band di Reading declinò tutto il proprio amore verso il pop avvicinandosi alle retrovie rumorose che imperversavano nell'Inghilterra successiva alla new wave. La ripresa di sonorità vicine al noise, un filone necessariamente confusionario ma pregno di qualità espressive, e la matrice dream-pop di formazioni come Cocteau Twins, Dif Juz e A.R. Kane, rese memorabile quella loro stagione.
La quiete di questa nuova musica - perché prima degli Slowdive nessuna band aveva suonato come loro - racchiudeva il segreto del tempo, lacerava muri con una dolcezza melodica che disegnava il cielo, ammorbidiva le adolescenze e placava gli spiriti ribelli, almeno temporaneamente.

Il side project Mojave 3 cercò di colmare l'assenza, ma ha lasciato solamente una manciata di canzoni, utili forse per fare un buon album. Il ritorno, tanto agognato dai fan, è prevedibilmente sottotono, almeno per chi scrive. Questo album racconta di una band ancora affiatata, ma che ha perso la capacità di trovare nuove soluzioni melodiche, al passo con i tempi moderni. Non che questo presunto "nuovo" riveli la grandezza di una performance, ma la sensazione generale è che il disco, seppur a tratti gradevole, non aggiunga alcuno spunto alla storia della band.
Il lavoro riprende il discorso di "Pygmalion", cercando il fascino melodico del pop ambientale, ma con una costruzione questa volta più circolare e meno nebbiosa. "Slowdive" affossa il proprio carattere in terreni dream-pop poco solidi, erosi dalla prova del tempo. Di brani come "Star Roving" negli ultimi anni ne avremo ascoltati a bizzeffe. Basti pensare alle mode indie-rock che hanno trovato sulla via del post-punk e dello shoegaze un porto per far partire navi di idee che sconfinano, non di rado, in un gigantesco punto interrogativo.
Riesce a fare di meglio "Sugar For The Pill", il secondo singolo rilasciato dalla band, mettendo in bella vista il basso di Nick Chaplin che avvolge una soffusa melodia debitrice di un certo pop-rock anni Ottanta.

"Slomo" è un brano solenne, la batteria crea echi spaziali e l'uso massiccio delle chitarre genera una perenne distorsione che modella lo spazio regalando un'atmosfera primitiva, nella quale la voce di Rachel domina solo nella parte finale, svolazzando tra le corde seducenti di Liz Fraser.
"Everyone Knows" sembra tentata inizialmente da alcune melodie indie-pop tipiche dei Blueboy ma sconfina poi in un vortice shoegaze che fa trattenere il respiro.
Le ultime tre tracce, segnate da una significativa stanchezza, regalano segmenti post-rock e divagazioni psichedeliche abbastanza superflue.

Il discorso di base è il seguente: è essenziale che una band ritorni sempre a fare la stessa musica, ma a fronte di una qualità nettamente inferiore al passato? Il caso dei My Bloody Valentine è eloquente, il risultato è più o meno identico. Vale la pena di aspettare più di vent'anni per poi ritrovarci tra le orecchie delle canzoni che colgono solo l'aspetto nostalgia?

(05/05/2017)

  • Tracklist
  1. Slomo
  2. Star Roving
  3. Don't Know Why
  4. Sugar For The Pill
  5. Everyone Knows
  6. No Longer Making Time
  7. Go Get It
  8. Falling Ashes


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