Stabscotch

Uncanny Valley

2017 (Visual Disturbances) | art-rock, noise-wave, brutal-prog

Trio di Bloomington, Indiana, gli Stabscotch esordivano nel 2014 con “Eldritch”, un lavoro di interessante sperimentazione al confine tra art-rock e hardcore evoluto. Con il monumentale “Uncanny Valley”, la band prosegue in quel solco, definendo al meglio un sound incredibilmente creativo ed eccitante.
In queste diciotto tracce, che fanno segnare quasi un’ora e tre quarti di musica, Tyler Blensdorf (voce, basso), Zack Hubbard (chitarra) e James Vavrek (batteria), servendosi anche di noise, no-wave, avant-metal, brutalizzazioni prog e manipolazioni assortite, lasciano dietro di sé una scia infinita di misfatti e destrutturazioni, di incubi e alienazioni in cui il rock diventa una tela contro cui sputare angosce e dolori personali (plowing through my tragedies, “solcando le mie tragedie”, come dice Blensdorf in “Tanic”).

L’incedere solenne e metropolitano, le eruzioni di distorsioni industriali e le radure horror-sinfoniche fanno di “Open Sesemij” il manifesto di un disco che ha nella deviazione dalla norma la sua ragion d’essere. Al netto del collage rumorista di “Radio Spiricom” e del post-rock ambientale di “The Spires”, “Uncanny Valley” regala minuti di pura esaltazione, maneggiando commedie dell’assurdo, degne dei No Trend più sbizzarriti, come “Nick Of Time” (che punta anche in direzione hip-hop) e “Cold Bullet”, isterici connubi di ferocia punk e disordini blues’n’roll che faranno fischiare le orecchie ai Nation Of Ulysses (“Hands Undressed”), danze sull’orlo dell’abisso, tra rapimenti estatici, digressioni nella pazzia e brividi di gioventù sonica (“Tanic”, uno dei capolavori del disco), mattanze mathcore da cui spuntano, come fiori nell’immondizia, cristalline visioni melodiche (“TDYКИLА-THУRУ WARA”) e scazzottate geometriche con punte di japanoise (“Creature Control”).

In “Along Alligator Drunes”, torride architetture postcore vengono squassate da tonfi, convulsioni e cataclismi assortiti, mentre la ballata eroinomane “Black Effigy Speaks” sembra un remix di un brano degli Infidel?/Castro!. In “Hide Me”, per oltre due minuti un arpeggio di chitarra è assediato da tutta una serie di disturbi, poi parte una assordante sarabanda noise-wave, tesa fino allo spasimo. Una voce bambina blatera qualcosa, invece, oltre l’allucinazione di “Cerulean Mirror”, mentre “Unknown Pleasures” regala un affresco di instabilità emotiva, tanto che anche le parole vengono costrette, attraverso un ruvido slittamento semantico, a dire i recessi più nascosti di una psiche devastata: feeelgin int clsoer i fall a PART tihcign m y slander iwnds me udnoen come tstep on yoendfe r n see FREE from all the things that make my heart beat and the unKNoWn PleaSURES that aconet rol ME… Quello di “The Fungal Brooden Rainforest” è, invece, l’unico rituale tribale degno di figurare in questi solchi dove rabbia, frustrazione e disgusto si danno appuntamento intorno al tono, inviperito e sempre sull’orlo del collasso nervoso, della voce di Blensdorf. C’è spazio anche per una “I Master” che alterna bombardamenti cybergrind e spettrali interludi onirici e per un melodramma emocore come quello di “Liberation // Dimensional Snot”, prima che la ballata tremante di “Looking Inside A Fire Pit” sfoci nel definitivo grido di disperazione: TRANSPIRE INSIDE THE FIRE.

Pubblicato solo su cassetta dalla Visual Disturbances, “Uncanny Valley” è l’ennesimo invito a setacciare le profondità più nascoste dell’underground, perché è lì che vivono ancora in cattività le musiche più disturbanti e creative dei nostri tempi.

(09/02/2017)

  • Tracklist
  1. Open Sesemji
  2. Hide Me
  3. Hands Undressed
  4. Nick of Time
  5. Tanic
  6. Along Alligator Drunes
  7. Radio Spiricom
  8. TDYКИLА-THУRУ WARA
  9. Creature Control
  10. The Fungal Brooden Rainforest
  11. Cold Bullet
  12. Cerulean Mirror
  13. Black Effigy Speaks
  14. Unknown Pleasures
  15. The Spires
  16. I Master
  17. Liberation // Dimensional Snot
  18. Looking Inside a Fire Pit
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