Stefano Meli

No Human Dream

2017 (Seltz) | folk-blues

Chitarrista blues d’indole e d’adozione, Stefano Meli presenta il degno seguito delle divagazioni desertiche di “Ghostrain” (2015) in “No Human Dream”. Forti di sviluppi drammatici che non trovano requie, i suoi brani sembrano non voler mai esalare l’ultimo respiro. L’eccezione è proprio il preludio, l’iniziale “Petra”, un crescendo marziale ma pensoso che nasce da uno strimpellio e si propaga come studio sul contrappunto (e onorerebbe le produzioni di Neutral Milk Hotel e dei Love di “Forever Changes”, senza peraltro i rispettivi eccessi).

Il vero procedimento comincia con “Tree”, un blues acustico che diviene, sdoppiandosi, esercizio fantastico di chitarra e violino a mo’ d’austera toccata e fuga, fino a una festa celestiale. Gli discendono il recitativo di “Stella”, con tocchi di flamenco, e “Kee”, punto di massima depressione folk che si rimodella di continuo, toccando brevemente anche i territori di Dirty Three e Velvet Underground.
Tutta rasoiate di slide, “Sonoma” è anche la sarabanda più contagiosa (un refrain di note ascendenti e discendenti). Un altro stomp, “Rain”, lambisce la stasi assoluta, dissolvendosi in grappoli di corde che si sublimano in un’aurora d’armonica.

Molto più spettrale e formulaica è “Noose”, anche se nasconde accorgimenti ritmici - sottile accelerando, cambio di tempo - che donano una scintilla tragica. E così “Desert”, la più psichedelica nella vena del Jerry Garcia acustico, avvia un tango via via sempre più trasfigurato. Anche l’esperimento di riverberi del brano eponimo avrebbe il suo fascino, ma la sezione ritmica rock e la poesia declamata (Eliot) la fanno diventare confusamente post-punk, ed è forse l’unica idea poco convincente dell’insieme. In ogni caso, tutto si chiude in maniera sublime, con una tristissima sonata di rifrazioni blues, “After Midnight”.

Al solito registrato in presa diretta, in analogico, e con chitarre vegliarde, non è solo il miglior album del bluesman ragusano, per ispirazione e direzione artistica (bravo nell’intonare la sua armonica, ma anche il violino di Anna Galba e i talenti dei Gentless3). E’ anche un raro esempio di linguaggio segnato e poi sgretolato dalle pause, da silenzi che indicano una sorta di caducità: però non fanno morire la musica, anzi, ne cavano altrettanti spunti creativi, in un uso sopraffino di timbri centellinati. Si può finalmente parlare di "post-arrangiamento"? Nel miglior catalogo Windham Hill non sfigurerebbe affatto.

(25/06/2017)

  • Tracklist
  1. Petra
  2. Tree
  3. Sonoma
  4. Rain
  5. Noose
  6. Desert
  7. No Human Dream
  8. Kee
  9. Stella
  10. After Midnight
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