Steven Wilson

To The Bone

2017 (Caroline International) | art-pop/rock

I'm tired of Facebook
Tired of my failing health
I'm tired of everyone
And that includes myself
A maggio il singolo "Pariah" preannunciava l'uscita del quinto disco solista di Steven Wilson - senza contare, ovviamente, l'intermedio "4 ½" - ma anche ora, ripercorse più volte le tracce di "To The Bone", è questo il passaggio che rimane più impresso nella mente. Ciò non soltanto perché fa riferimento diretto a uno strumento che, in una certa misura, sta logorando la vita e le relazioni di tutti, ma perché rivela una frustrazione che sembra accomunare già molti artisti del presente: essere costretti a un'esposizione mediatica ininterrotta, nutrendo l'occhio famelico e annoiato di un pubblico che ha sviluppato una nuova dipendenza da intrattenimento, che dal tubo catodico ha fatto il salto verso supporti dai quali, di fatto, non possiamo separarci.

Siamo stanchi, annoiati, nauseati dalle persone e dal loro "io" ipertrofico: non è difficile immaginare che un musicista, emergente o navigato che sia, si trovi prima o poi a fare i conti con un'immagine distorta di sé, una trappola identitaria alla quale si vorrebbe sfuggire prima di soccombervi. È un punto di vista che l'ascoltatore medio sembra aver difficoltà a comprendere, non accettando che un artista possa imboccare strade divergenti dagli standard dell'uno o dell'altro: così, come una profezia auto-avverante, al disvelamento di ogni nuova anteprima di "To The Bone" si è manifestata una sequela di commenti ironici, talvolta persino offensivi, sulle nuove predilezioni stilistiche di Wilson, che includono anche voci in falsetto e ritmi pop quantomai slanciati.

Nel giro di poco si sono sprecati i paragoni con la transizione dei Genesis dall'era Peter Gabriel a quella (da molti vituperata) di Phil Collins: va ricordato però che, per quasi tutti i gruppi progressive storici, il passaggio all'universo pop è stato non soltanto un "compromesso storico" necessario alla sopravvivenza, ma anche un segno del tempo che cambia le forme di ascolto e le predilezioni sonore del pubblico. Per l'ex-leader dei Porcupine Tree adottare quegli stilemi è, sì, la risposta a una necessità di cambiamento per certi versi spiazzante, ma è anzitutto un'ulteriore sfumatura di quella nostalgia che ha guidato e ispirato ogni fase della sua carriera, come frontman e ancor più da solista - non ultimo, poi, nel ruolo di "restauratore" dei cataloghi di King Crimson, Yes, Jethro Tull, Gentle Giant e altre leggende.

Ogni aspetto dell'attività artistica di Wilson ne conferma la qualità di colto musicofilo che negli anni non si è affatto crogiolato nella propria comfort zone: egli stesso ricorda le critiche alla svolta metal di "In Absentia" - oggi tra i dischi-simbolo degli anni 00 - e con piena coscienza si prepara al tour in cui presenterà canzoni che solo di primo acchito potrebbero sembrare in parte estranee al suo raggio d'azione usuale (recentemente già ampliato, tuttavia, dalle influenze trip-hop ed "easy listening" di "Hand. Cannot. Erase.")
Credo che specialmente a questo livello l'iconografia non sia mai un elemento casuale: se oggi troviamo in copertina un ritratto di Steven anziché un soggetto dal forte impatto immaginifico, è probabilmente in virtù del fatto che i contenuti stessi dell'album spostano il punto focale dalla narrazione (o l'epos, nel gusto pomposamente vintage di "The Raven That Refused To Sing") alla lucida autoanalisi, al tentativo di "mettere a nudo" un sentire ancora più personale e veicolare un inedito sguardo sul presente.
Hold on, hold onto the minute
And sing it, and live it
It's always there
[...]
Permanating, celebrating
Now we're levitating
High above the clouds
Anche solo cinque anni fa, un pezzo come "Permanating" sarebbe stato impensabile all'interno del repertorio di Wilson, e proprio per questo arriva come una ventata rigenerante nel caldo agostano, discostandosi nettamente dalla vena profondamente malinconica che da sempre contraddistingue il songwriting del capofila del rock inglese. Un analogo senso di liberazione e levità circonda il ritornello di "Nowhere Now", episodio che, con parole normalmente consone a una hit radiofonica, evoca nientemeno che uno spensierato librarsi tra le nuvole (Here above the clouds/ I am free of all the crowds/ And I float above the stars/ And I feel the rush of love).
Siamo in totale ed evidente contrasto con l'invocazione del brano citato in apertura (sorta di aggiornamento del classico "Lazarus"), dove il soggetto principale viene enfaticamente apostrofato dalla musa Ninet Tayeb come pària, ossia l'ultimo degli ultimi nella piramide sociale. Più avanti non mancano ulteriori ombre: "People Who Eat Darkness" esprime la preoccupazione del diventare estranei persino a distanza ravvicinata, chiusi nelle nostre vite tanto simili eppure così nettamente divise (Pretend that we're not here/ If you look the other way we disappear/ We want you to ignore/ The people who eat darkness from next door); nella lunga "Detonation" percussioni digitali introducono l'impersonificazione di un terrorista che si rivolge al proprio dio silenzioso, del quale si fa crudele messaggero prima di compiere l'azione omicida (And the ones who are given it all/ The good looks, the wealth/ And the charm and the innocence/ They are all gonna fall/ But I will take it back).

Una gran quantità di elementi mi ha fatto pensare proprio agli anni 80 di Peter Gabriel, dall'impegno delle liriche e la varietà di registri affiancati nella tracklist alle scelte d'arrangiamento, finanche alle brillanti cromie della cover, speculari a quelle di "Us" - salvo poi scoprire che tra le principali ispirazioni per "To The Bone" lo stesso Wilson aveva indicato proprio l'album "So". E se l'incedere subdolo e ossessivo di "Song Of I" ha il fascino sinistro di una "Intruder", l'accorata dedica di "Refuge" ai profughi delle guerre nel terzo mondo non è forse la sua personale "San Jacinto"? (And if you ask me again/ Is this life?/ I don't see I have a choice/ But I still smile/ And bide my time.)
Rimane ugualmente spazio per momenti in cui l'impronta melodica di Wilson si fa assolutamente inequivocabile, dal beffardo alt-rock di "The Same Asylum As Before" alla parentesi acustica "Blank Tapes"; arrivando all'ultima eterea invocazione di "Song Of Unborn", puro revival Porcupine Tree dei tardi 90, una mano tesa a conforto di chiunque sia messo alla prova da una vita e una società che non riescono ad andare incontro al cambiamento (Now the shadows are long/ And the cities are lost terrain/ When you wake up every day/ To find nothing's changed).

Più che nella scrittura vera e propria, allora, si può dire che questo sia l'album "pop" di Wilson in quanto ha voluto finalmente concedersi carta bianca, nel bene e nel male, muovendo un altro passo al di fuori del culto da concept-album. Non tutti riusciranno ad accettare che "To The Bone" sia semplicemente una libera raccolta di canzoni che, invece di alimentare esclusivamente la memoria di un glorioso passato, ci parlano di un artista che vive sempre meno sulla scorta dello stesso, traendone spunto soltanto nella misura in cui esso può assisterlo nella ricerca di una voce nuova, ovvero nella sua mai sopita crescita artistica.
And time is moving on
And listening to the song
We get older
Together
And every time we breathe
Another moment leaves us forever
To the nether.

(20/08/2017)

  • Tracklist
  1. To The Bone
  2. Nowhere Now
  3. Pariah
  4. The Same Asylum As Before
  5. Refuge
  6. Permanating
  7. Blank Tapes
  8. People Who Eat Darkness
  9. Song Of I
  10. Detonation
  11. Song Of Unborn






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