Sufjan Stevens, Nico Muhly, Bryce Dessner, James McAlister

Planetarium

2017 (4AD) | post-classical, space age orchestral pop, songwriting

Nello spazio nulla si crea, nulla si distrugge, tutto si trasforma: questa massima eterna - nonché legge che governa l'Universo - vale anche per la genesi di questo ambizioso concept album realizzato a quattro mani e il cui tema fondamentale è, appunto, il cosmo. "Planetarium" è frutto infatti di una collaborazione tra Sufjan Stevens, Nico Muhly, Bryce Dessner e James McAlister ed è il risultato di un lavoro e di continui rimaneggiamenti che si trascinano da anni, ovvero da quando la sala concerti olandese Muziekgebouw Eindhoven commissionò a Muhly una pièce da proporre al pubblico: fu così che il compositore - sodale di Valgeir Sigurðsson e già al lavoro con Björk, Bruce Brubaker, Philip Glass, Grizzly Bear, Bonnie 'Prince' Billy, Ólafur Arnalds e molti altri - decise di coinvolgere Sufjan Stevens e Bryce Dessner per creare un'opera complessa e ambiziosa. Si unì in seguito James McAlister, collaboratore fidato di Sufjan, e il lavoro fu quindi spartito in questo modo: al cantautore di Detroit la parte vocale e i testi, McAlister alla sezione ritmica e all'elettronica, Dessner alle chitarre e alla composizione e Muhly ovviamente alla parte orchestrale e sinfonica, l'intelaiatura all'interno della quale il compositore membro dei National ha aggiunto la sua sensibilità compositiva, rendendo più complesse le stratificazioni sonore.

Una volta coinvolto l'ultimo soggetto in causa ovvero McAlister, il cui contributo di beat ed elettronica rappresentava l'ultimo incastro del puzzle che avrebbe definito il progetto, e una volta che la bozza della scaletta brani fu realizzata, "Planetarium" fu testato anzitutto nella dimensione live, eseguito a mo' di band con il contributo di un quartetto d'archi e sette tromboni. Stevens e McAlister, capovolgendo il loro modus operandi, portarono tempo dopo (esattamente nel 2016) questo materiale dal vivo assieme agli arrangiamenti nello studio di registrazione, connettendo le parti di Muhly e di Dessner e dando vita così a "Planetarium". La nota stampa di lancio ci informa che il lasso di tempo dall'ideazione, performance live e lavoro in studio è stato tale che Muhly nel frattempo creò "Marnie", una composizione su commissione della Metropolitan Orchestra di New York e altri lavori di musica sinfonica, Dessner firmò la colonna sonora di "The Revenant" e l'album dei suoi National "Trouble Will Find Me", McAlister viaggiò in tour con Sufjan Stevens, il quale diede alla stampe l'acclamato "Carrie & Lowell".

Nico Muhly ha definito "Planetarium", almeno nelle sue fasi preparatorie, come un manoscritto vergato a quattro mani in cui si notava la firma leggibile di ogni contributore; il risultato finale risulta comunque omogeneo sebbene il fulcro vocale del progetto, cioè Sufjan, acquisisca alla volte una tale centralità da primeggiare sugli altri. Sarà anche che il tema dei risvolti mitici, astrologici e psicologici della cosmologia sia farina del suo sacco (solo in seguito il gruppo di lavoro ha definito anche i temi più scientifici), che i testi siano inebriati di quel misticismo, millenarismo e messianismo che hanno caratterizzato la sua carriera di cantautore, così come i riferimenti intimistici che qui sono comunque presenti, e che la sua vocalità sia molto più versatile dei lavori solisti: se dal punto di vista musicale e sinestesico, "Planetarium" evoca le vastità del cosmo, è anche vero che dall'universale si passa al particolare delle vicende umane che a loro volta hanno carattere (mi venga perdonato il bisticcio) di universalità. D'altronde, come diceva Edward Gibbon, "la sublime scienza dell'astronomia [... ] eleva la mente dell'uomo allo sdegno per il suo piccolo pianeta e per la sua esistenza momentanea", citazione che coglie in pieno la riflessione portata da questo album sul significato dell'umanità, il suo rapporto con la divinità, la società, l'interiorità di ciascuno, su cosa sia giusto o sbagliato e che arriva infine alla conclusione che "gli esseri umani sono un disastro totale".

Questa odissea nello Spazio sia fisico che mentale si apre con una piano ballad, "Neptune" (quasi ogni titolo dei diciassette movimenti di cui si compone "Planetarium" fa riferimento a un corpo celeste) che pare si stagli da un vuoto cosmico da cui compare la voce flautata di Sufjan Stevens rintuzzata, appunto, solo dalle note di un piano con sobri inserti orchestrali. Questa apertura di mirabile compostezza contrasta con l'idea che un concept album del genere potesse essere straripante e barocco, e fortunatamente il disco non cede mai al manierismo musicale nonostante gli apporti così eterogenei. La bontà del lavoro di produzione si nota nel fatto che tutto si incastri in maniera omogenea come si nota nella successiva Jupiter, dove le stratificazioni sonore si fanno più complesse e sono immerse in una atmosfera oscura ("Sermon of death says Jupiter is the loneliest planet"), illuminata dagli inserti vocali di Sufjan come un pianeta che si staglia nell'oscurità ("His radiance in the dark/ Mysterious shape or beauty mark/ As if it were Minerva"). Qui però inizia a farsi strada un sospetto che zavorra leggermente "Planetarium", ovvero una sporadica centralità di Sufjan che fa sembrare a volte l'album il follow up di "The Age Of Adz", anche a livello di sonorità in bilico tra sinfonia ed elettronica.

In altri momenti si sente invece l'influenza di compositori come Hans-Joachim Roedelius o dei Popol Vuh, e quindi della kosmische musik (non poteva essere altrimenti): è il caso dell'epica "Mars", con la sua lunga scia di fiati e percussioni e quelle tematiche apocalittiche à-la Sufjan Stevens che echeggiano lo stato attuale dell'umanità ("In the future/ There will only be war/ The vanity outside/ And after all the devastation/ Will we see the Lord").
Ma c'è anche posto per l'ambient alla Brian Eno che troneggia soprattutto negli interludi ("Black Energy", "Halley's Comet" che passa via rapida come il passaggio della cometa, "Sun", "Tides", "In The Begininng"). E c'è persino un momento in cui la sensibilità di Sufjan Stevens incrocia la Björk di "Vespertine": è il caso di "Moon", incentrata su due miti nativi americani sul viaggio di un coniglio sulla Luna; miti che si inseguono come allegoria per tutto il disco e che sono sottolineati dalle citazioni auliche della cultura greco-romana sparse nei testi (il Taurobolium, Venere chiamata Pandemos e così via).

Nonostante tutto, come già detto, l'eterogeneità rimane sulla carta, perché la cifra stilistica che informa "Planetarium" è ben definita in ogni singolo brano e, seppur dominata dalla presenza di Sufjan Stevens, fa sì che i vari componenti del quartetto non primeggino più di tanto sugli altri, neppure quando, ad esempio, il virtuoso Dessner disegna eleganti melodie alla chitarra in "Pluto" (uno dei momenti più ariosi, sinfonici e solenni del disco, con la partitura orchestrale di Muhly, brano cadenzato da un andamento solenne e regale) e il tintinnio finale di "Uranus" o McAlister che inserisce un curioso momento glitchy in "Kuiper Belt", dal nome della fascia di corpi minori di Edgeworth-Kuiper che si estende dall'orbita di Nettuno sino a quella del Sole, e rende questo episodio proprio come un viaggio accidentato tra mille corpuscoli celesti. È onomatopeico anche l'interludio di "Black Mass", in cui sembra di essere risucchiati dalla massa estremamente densa del buco nero tale da imprigionare la luce.

E se da una parte c'è davvero un immotivato eccesso di autotune che arriva a sfiorare l'abuso ("Mars", "Jupiter", "Saturn", "Earth": troppo), dall'altra la voce di Sufjan esce dai soliti lidi sussurrati per deformarsi e raggiungere altezze parossistiche come nella radiofonica (!) "Saturn" o nel falsetto dinamico e profondo della conclusiva "Mercury", in cui si nota ancora una volta il notevole lavoro alle chitarre di Dessner in una piano ballad che è una cavalcata leggiadra, un dressage, che conclude questo viaggio nel cosmo.
Un viaggio che non ha l'imprevedibilità della jam session nonostante il materiale di partenza sia nato live, che non straborda pur avendo dei momenti epici: ogni elemento è calibrato con precisione, incastrato e bilanciato con scrupolo. Si evita così l'effetto di odissea barocca ma si rischia a volte un eccessivo livellamento tra gli apporti dei quattro artisti. Ma in ogni caso, nonostante una sottaciuta ambizione e un'ampia tracklist, in "Planetarium" il senso della misura prevale alla fine sulle spinte centrifughe e sulla voglia di strafare, un limite che viene sfiorato ma mai sopravanzato e il suo valore, alla fine, risiede in questo dato: come scriveva Carl Sagan in "Pale Blue Dot", "l'astronomia è un'esperienza di umiltà", dote con la quale Sufjan Stevens, Nico Muhly, Bryce Dessner e James McAlister hanno infuso "Planetarium".

(10/06/2017)



  • Tracklist
  1. Neptune
  2. Jupiter
  3. Halley's Comet
  4. Venus
  5. Uranus
  6. Mars
  7. Black Energy
  8. Sun
  9. Tides
  10. Moon
  11. Pluto
  12. Kuiper Belt
  13. Black Hole
  14. Saturn
  15. In the Beginning
  16. Earth
  17. Mercury








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