Suiyoubi No Campanella

Superman

2017 (Warner) | electro-pop-hop, hip-house

Diamo a Cesare quel che è di Cesare: quanto ad abilità produttive e destrezza nella manipolazione sonora, in questo momento i Suiyoubi No Campanella non hanno rivali di alcun tipo. Vero è che in un panorama j-pop da anni agonizzante la competizione non è propriamente delle più agguerrite, ciò non toglie che anche se lo scenario fosse stato più stimolante e variopinto, il micidiale terzetto non avrebbe avuto grosse difficoltà a mettersi in mostra, e di conseguenza ad agguantare il successo sperato. Ormai una realtà tra le più consistenti e in vista del pop (non soltanto elettronico) giapponese, con un notevole supporto internazionale e il sostegno di una major a curarne le pubblicazioni, la non-band capitanata dalla straripante KOM_I giunge al secondo full-length forte di un'ascesa lenta ma inesorabile, che ne ha visto evolvere il linguaggio e la ricerca a dismisura, coniando una formula e un'estetica ben distanti da ogni tipo di catalogazione e raffronto.
“Superman”, a suo modo, è la celebrazione di un percorso avviato soltanto un lustro fa, un punto di arrivo che inquadra in poco più di trentacinque minuti la “formula” a cavallo tra elettronica, pop e hip-hop del trio e allestisce il terreno per le mosse successive, trovando ulteriore terreno da colonizzare in vista di un futuro che potrebbe portare alla consacrazione definitiva. Le possibilità giocano letteralmente a loro favore.

Occorre però effettuare una precisazione doverosa, prima di passare agli elogi: per quanto il suono, nelle sue molteplici sfaccettature, sia quanto di più contagioso e possente i tre abbiano sviluppato finora, non si può dire purtroppo lo stesso delle melodie e delle interpretazioni, talvolta affossate da espedienti faciloni e trucchetti abusati. Laddove “Zipangu” tutto sommato riusciva a bilanciare e amalgamare dignitosamente le parti rap assieme al cantato e alle fughe espressive della performer, in un'alternanza di motivi e sensazioni che presentava con chiarezza la molteplicità di punti di fuga del progetto, nel nuovo album talvolta la sensazione è quella di voler strafare con le bizzarrie o gli inserti spoken, anche quando sarebbe stata tutt'altro che fuori luogo una maggiore linearità nella scrittura.
Non mancano fortunatamente i momenti di ispirazione che portano ad alcuni dei migliori episodi nella carriera dei SOC. L'apripista “Aladdin”, a suo modo, è la migliore prosecuzione possibile del dinamico e grintoso electro-house introdotto da “Chupacabra”, in un gioco di variazioni tra rap e vocalità pop che rispetta le dovute tempistiche e soprattutto porta a una fascinosa accoppiata middle-eight/ritornello, tra i più potenti della loro carriera. “Zeami”, con affascinante melodia a rincorsa, si avvale invece di una struttura bipartita, in cui il “classicismo” degli archi, opportunamente trattati al software, viene interrotto da un eccellente drop brostep che porta a fantasiosi pizzicato glitch, quasi come se il terzetto avesse intercettato il colorato mondo di DE DE MOUSE.

Anche prescindendo dal migliore assetto di penna, la musica di Kenmochi Hidefumi è talmente ben congegnata e composta che il rischio di annoiarsi o incappare in meri riempitivi viene stroncato sul nascere. D'altronde, già il prevalentemente strumentale “UMA” aveva chiarito la brillantezza insita nelle alchimie sonore del producer. “Onyankopon” opera di contrasto, piazzando a tradimento un graffiante sipario a cavallo tra jungle ed electro-hop, in netta opposizione all'abbrivio lounge e più soffuso delle strofe. L'accoppiata “Genghis Khan”-“Chaplin”, nonostante alcuni evitabili giochetti vocali di KOM_I, intercetta la straripante ascesa delle cadenze afro-house, adattandole non soltanto al loro contesto electro, ma potenziandone il dinamismo e il groove attraverso operazioni di sinergia con battiti dancehall e cenni di tropical frullata e rimasticata.
Sempre l'interesse per il continente nero conduce i tre a introdurre “Kamehameha Daiou” (il non-sense testuale dei SOC rimane un altro tratto irrinunciabile della loro estetica) con un attacco tribal-dance direttamente da Madre Africa, per impostare uno strisciante motivo che si divincola tra elementi di folk giapponese, stille glitch, punte di dubstep allucinato e un rilassato beat dal profumo estivo. Qualsiasi tra i brani si ascolti, è impossibile insomma non notare la sapienza di compositore e beatmaker di Kenmochi, la fluidità con cui tratta materiale distantissimo e lo integra in una comune visione d'insieme, adatto a costruire un pamphlet di hip-pop elettronico accattivante e negli episodi più riusciti assolutamente assassino.

Poco importa per adesso se non sempre la lucidità pop è quella necessaria a esaltare la raffinata meticolosità delle trame musicali. La forza e la peculiarità della loro proposta sa sopperire per adesso adeguatamente a qualche caduta di scrittura. Certo, per un progetto finalmente sbarcato nel mainstream vero e proprio (numero 9 in classifica Oricon) qualche colpaccio melodico in più è lecito aspettarselo, tuttavia per adesso una consolidazione così efficace è oltremodo lecita. Il futuro in testa alle chart da primattori del rinnovamento pop giapponese è tutto da scrivere.

(07/08/2017)

  • Tracklist
  1. Aladdin
  2. Sakamoto Ryoma
  3. Ikkyuu-san
  4. Onyankopon
  5. Genghis Khan
  6. Chaplin
  7. Audrey
  8. Kamehameha Daiou
  9. Zeami
  10. Ama No Uzume




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