Summoning

With Doom We Come

2018 (Napalm Records) | epic black metal

Sono trascorsi ben cinque anni dall’ultima fatica dei Summoning (“Old Mornings Dawn”), un disco che si era rivelato tra le più significative uscite dell’intero 2013 metallico. Da tempo il gruppo austriaco non è più prolifico come una volta, ma è anche giusto concedersi una pausa per non accavallare o saturare le idee, per rigenerarle o comunque per creare l’attesa tra il pubblico. Troppa, a dire il vero. Anche perché la creatura di Protector e Silenius non è una delle tante sbucate fuori durante gli anni d’oro del metallo nero: quello dei Summoning è un nome storico e non solo all’interno della scena black austriaca, di cui la band detiene lo scettro alla pari dei conterranei Abigor. Ricordiamo ovviamente il loro seminale “Minas Morgul” del 1995, il platter che ha dato il via a una serie di definizioni piuttosto originali ma comunque appropriate (tolkien black metal, tra le tante), un manifesto di un (sotto)genere portatore di un sound epico ma allo stesso tempo gelido e oscuro. Il fantasy al servizio delle tenebre e viceversa.

Curiosamente il nuovo disco inizia con un brano poco ispirato: un tamburo di guerra apre la belligerante “Tar-Calion”, mentre una voce narrante introduce il primo e unico riff di chitarra. Si tratta di un pezzo ridondante, supportato dalla solita maestosità dettata dalle tastiere, anche se sarebbe stata auspicabile almeno una variante durante questi lunghi e forse evitabili sette minuti. Il songwriting inizia a crescere vertiginosamente con la successiva “Silvertine”, impreziosita da un growl malvagio che si muove tra solenni suggestioni che sembrano riemergere da qualche remoto villaggio medievale. I cori a supporto tracciano ancora di più questo solco, riportandoci in mente persino i Bathory del periodo “Hammerheart”, una sensazione che ritorna con prepotenza anche in “Carcharoth”, cantata - questa volta da Protector - con un grezzo approccio che riecheggia proprio le coordinate utilizzate dal compianto Quorthon nella sua fase viking. Nove minuti di altissimo livello, la vetta assoluta di questo “With Doom We Come”.

“Herumor” gioca sul versante atmosferico con un crescendo di cori magniloquenti ma stavolta meno cupi e accattivanti, prima della breve stoccata strumentale di “Barrow-Downs”. Abbiamo appena superato il giro di boa e ci attendono gli ultimi tre pezzi, il primo dei quali è “Night Fell Behind”, ossessivo quanto basta per risultare il più ipnotico del lotto, nonostante l’auspicato decollo non giunga in tempo utile per trascinare questa song tra le migliori del disco. Forse proprio con questo brano emerge una produzione (volutamente?) meno brillante rispetto al recente passato, oltre al fatto che la drum-machine almeno in questo caso e nella successiva “Mirklands” si assesti su un certo immobilismo non proprio gradevole.
Il botto conclusivo giunge inesorabile con la splendida chiusura affidata agli undici minuti di “With Doom I Come”, altro pezzo da novanta dell’album, un midtempo dominato da un’aura magica e mistica, un epilogo che riesce a trascinare questo ennesimo full-length su livelli certamente discreti ma comunque lontani dai fasti gloriosi del combo austriaco.

“With Doom We Come” è un lavoro che si rivela alquanto statico e cadenzato nel suo incedere, senza grandi variazioni sul tema (a parte la suddetta e riuscita alternanza nelle vocals). Ma il segreto di Protector e Silenius è da ricercare nell’amalgama dei suoni, una formula ormai rodata che, unita al mood tipico di queste composizioni, lascia emergere ascolto dopo ascolto una carica ancestrale fuori dal comune. I fan apprezzeranno e non rimarranno di certo delusi, ma per i novizi il suggerimento è quello di procurarsi prima le vecchie fatiche tanto decantate in tempi non sospetti negli ambienti black metal e derivati.

(19/01/2018)

  • Tracklist
  1. Tar-Calion
  2. Silvertine
  3. Carcharoth
  4. Herumor
  5. Barrow-downs
  6. Night Fell Behind
  7. Mirklands
  8. With Doom I Come
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