Sweet Baboo

Wild Imagination

2017 (Moshi Moshi) | indie-pop

Dai tempi di "Ships", la spinta propulsiva che pareva dover lanciare Stephen Black, tra le stelle più splendenti del sottobosco alternative gallese, si è di fatto arrestata. Il matrimonio con la fidanzata storica, la nascita del primo figlio e la scelta di una vita più tranquilla hanno indirizzato il nuovo corso. A giocare un ruolo decisivo in tal senso deve però essere stata anche la partenza dell'amica più cara, quella con cui era stato condiviso ogni attimo della gavetta di entrambi, la Cate Le Bon volata in cerca di fortuna a Los Angeles e raggiunta fuori tempo massimo dallo sprofondo malinconico di un'estemporanea cartolina sonora di questo paffuto antieroe, "Californ-i-a".

Ormai lontane le due nomination consecutive per i Welsh Music Prize, il Nostro si è tenuto occupato con gli ideali omaggi a Harry Nilsson ("The Boombox Ballads") e Dennis Wilson ("Dennis Ep"), rivelatisi due fiaschi commerciali, oppure nei panni del compagno di merende in una delle più incresciose uscite del connazionale Euros Childs. Minato da capricciosi problemi di salute, sembrava intenzionato a ritirarsi ma ha poi scelto di ripartire in una prospettiva più modesta, giusto qualche show in solitaria (o assieme all'altro sodale di lungo corso, H. Hawkline) e questo sesto album - prodotto e suonato assieme a Robert Jones, a lungo collaboratore degli School - che intende celebrare i buoni sentimenti e il piacere dei ritorni a casa.

Il ritrovato Black si spende in un elogio del candore, delle luci soffuse, delle tonalità pastello e la gentilezza a tutto campo: un'opzione destinata a contemplare un elevatissimo rischio di stucchevolezza, specie nel caso di ballate naif anche gradevoli come il brano che presta il titolo alla raccolta, pasticciate per troppo entusiasmo con quei fiati svenevoli e le tastierine giocattolo. Sweet Baboo si conferma un idealista pop, elegiaco e infantile a un tempo, che riesce convincente laddove riproponga, con accanimento se serve, il proprio schematismo melodico irritante o amabile, a seconda di come la si pensi. Inutile pretendere da lui stratosferici colpi di genio quando è sufficiente lasciarsi cullare dalla sua incontaminata visione del mondo - musicale e non - tratteggiata da emozioni basiche e offerta con il cuore.

Stephen si aggrappa qua e là al solito lirismo da cameretta, ai suoi arrangiamenti scolastici e a quell'indole bonaria, dolcemente carnevalesca, da Nick Drake fermo alla prima media e mai maturato ("Badminton"). "Wild Imagination" si configura insomma come una piccolo album ostinato nel rifiutare da programma la concretezza del tratto, per insistere piuttosto con un'ingenuità che è tanto sincera quanto penalizzante, anche per l'assenza di nerbo espressivo a livello di songwriting, interpretazione e decorativismo. Dall'ascolto di "Pink Rainbow" o "Clear Blue Skies" affiora l'identikit di un James Milne meno arguto, meno talentuoso ma anche meno corroso dal pessimismo. In comune nei loro più recenti lavori, un'aura quasi lattiginosa e il debole per i soft focus, a palesare un'innocenza anche commovente ma in fondo inservibile, ora come ora.

Così il disco più minimale e per certi versi decadente di Black ha buon gioco a contenere per quanto possibile un'innata propensione al kitsch, rischiando per converso di scivolare nella mera evanescenza per non aver saputo (o voluto) conferire il giusto spessore alle buone idee accumulate strada facendo. Un'opera troppo pallida, fragile e squilibrata per lasciare il segno, ma che se non altro ha il pregio di somigliare fino in fondo al suo autore.

(27/10/2017)

  • Tracklist
  1. The Gardener
  2. Wild Immagination
  3. Swallows
  4. Badminton
  5. Clear Blue Skies
  6. The Night Gardener
  7. Hold On
  8. Pink Rainbow
  9. Humberside
  10. Californ-i-a
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