Taylor Swift

Reputation

2017 (Big Machine) | electropop, urban-pop

Taylor Swift ha fatto del vittimismo un business da svariati milioni di dollari. Certo, non è sempre stato così, e in fondo la morbosità dei tabloid americani, alla ricerca della minima crepa da gettare in pasto ai propri lettori, è tristemente nota. Fiutato l'andazzo, l'ex-fidanzatina d'America ha visto però bene di sfruttarlo a suo totale ed esclusivo vantaggio, incentrando la stragrande maggioranza delle sue canzoni attorno all'attrazione incessante dei mass-media, alle opinioni che gli altri hanno di lei (il tam-tam in materia di cultural appropriation e generico razzismo è stato ampio), alle piccole-grandi liti con Kanye West, alla sua presunta incapacità di non saper gestire il peso di una relazione. In questo senso, “Reputation” è l'ennesimo capitolo di un diario dedito a scandagliare il rapporto “tribolato” (se si pensa a Madonna e Britney Spears, il termine acquista tratti ridicoli) della popstar con i canali d'informazione e le variopinte categorie di hater (o presunti tali) che non sprecano occasione per lanciarle addosso accuse di ogni tipo, dall'essere una vipera opportunista o peggio ancora una mangiauomini senza scrupoli, per non parlare della strana attrazione verso i tribunali.

Cosa vorrebbe quindi differenziare il suo sesto album dai successi milionari che lo hanno preceduto, dal ripetere ancora una volta lo spettacolo di Taylor eterna vittima delle maldicenze altrui? Secondo l'ottica della diretta interessata, l'approccio alla questione vorrebbe essere più aggressivo e specifico, un appello sprezzante a chi ne ha infangato la reputazione (da qui il titolo) e ha voluto dare di lei un'immagine ben più fragile e poco appetibile. Se già in “1989”, l'album dell'apertura internazionale, il (country-)pop-rock di “Speak Now” e “Red” cedeva il passo a un synth-pop smagliante e tirato a lucido, il nuovo prodotto spinge ancora più in avanti l'elettronizzazione del sound, pescando da electro, industrial e trap, in un ispessimento delle basi che vorrebbe farsi carico della nuova immagine di Swift, più cupa, più sicura di sé, pronta a contrattaccare quando il gioco si fa duro. Via insomma l'immagine innocente e santarellina del passato, ben vengano rossetti scuri, sguardi di sfida e caratteri gotici da New York Times: per parafrasare il titolo di un album di Rihanna, la conversione a “good girl gone bad” quantomeno dal punto di vista iconografico centra il suo obiettivo. I problemi sorgono però erodendo poco sotto la facciata, affogando quanto di buono poteva esserci nell'operazione.

Inutile girarci troppo attorno, quello di “Reputation” è un fallimento in piena regola: anche a non muovere gratuiti processi alle intenzioni, il nuovo album non riesce a raggiungere nessuno dei punti che si era prefissato, risolvendo in una bolla di sapone ogni possibilità di una ridefinizione artistica davvero netta e convinta. Anche la presunta rivalsa nei confronti del mondo ha ben poco da rivelare in realtà. Là dove ci si poteva attendere dissing veramente ficcanti nei confronti di Kanye West e consorte (la scelta di prestare il fianco al rap aveva una sua logica), là dove c'era l'occasione di poter ribaltare con successo le varie critiche fioccate negli anni, in un intrigante gioco di appropriazione e capovolgimento, si osserva invece un'anemica nuvoletta di vapore e l'amara delusione per un'opportunità lasciata sfuggire come se nulla fosse.
Nonostante si trovi a un momento della sua carriera in cui può letteralmente fare di tutto, Taylor Swift sembra davvero incapace di sbottonarsi, di lasciarsi andare, di proporre qualcosa che vada oltre un personaggio costruito con cura certosina, ma che ha mostrato ormai la corda. A poco quindi serve la chiamata alla causa di un novello guru quale Jack Antonoff (Lorde, St. Vincent), e il ricorso a sonorità apparentemente più spigolose e aggressive, quando fungono soltanto a dare una riverniciata nemmeno troppo convinta a un immaginario da basic-bitch adolescente in piena regola, strapieno di quei cliché da presunta ragazzaccia (ma in realtà poco più che un'antipatica egocentrica) che hanno costituito la fortuna della popstar presso la sua larga audience, ma che ora come ora scadono nell'autoparodia.

E così, “Look What You Made Me Do”, il singolo di lancio del disco, al di fuori del simpatico omaggio ai Right Said Fred non riesce minimamente ad affondare gli artigli nella questione Taylor vs. i suoi nemici, lanciando j'accuse all'acqua di rose a personaggi non meglio precisati (anche se l'immagine di un certo West appare piuttosto evidente) con un aplomb da finta-rapper davvero inadeguato e inconsistente. La scelta poi di affidare a un tappeto di beat di matrice electroclash il supporto sonoro all'esile voce di Swift rende l'ipotetico dissing ancor più grottesco. Il risultato non cambia poi tanto nel trasferirsi a cornici propriamente urban: nel caso, la situazione si fa possibilmente più incredibile.
Con l'accoppiata Max Martin/Shellback a dare nuovamente man forte in cabina di regia per una buona metà del lavoro, il disco prova a entrare nel congestionato discorso hip-hop contemporaneo con risultati al meglio piatti (una “End Game” tutta bassi e beat riciclati, in compagnia del prezzemolino Ed Sheeran e di Future, l'ennesimo tentativo di giocare la carta del vittimismo da quattro soldi), al peggio semplicemente tragicomici, a maggior ragione quando giocano la carta del sarcasmo (il bislacco bubblegum-trap di “This Is Wy We Can't....”, con tanto di teatrino intermedio e l'eterna retorica teen dei veri e falsi amici; il boom-bap finto-ghetto di “I Did Something Bad”, corredato di tutto l'armamentario di colpi di pistola e aggressioni produttive ormai stantio anche per chi quella situazione la vive davvero).

Curioso, insomma, che i pochi episodi tutto sommato degni di nota siano quelli in cui le scaramucce da novella urban-girl/MC vengono tenute a bada, quelli in cui il melodismo più lineare di Swift affiora nuovamente dalla coltre produttiva, concependo motivi electropop agili e flessuosi. “Delicate” tiene fede al suo titolo giocando con i filtri vocali dell'idolo Imogen Heap a costruzione di un midtempo soave ma dalla scrittura tutt'altro che inconsistente. Così, mentre “Getaway Car” sfrutta con risultati sufficienti quel synth-pop dalle tinte vintage portato a nuovi livelli espressivi da Carly Rae Jepsen, giusto “Dancing With Our Hands Tied” lascia intravedere quel pizzico di autentica personalità che sfugge ai quattro quinti del restante lavoro, iniettando interessanti cadenze post-dubstep in un amalgama dal sound electro impeccabile e dalle scansioni melodiche serratissime.
Se Swift voleva davvero convincere il mondo della sua evoluzione artistica, questa era la strada da intraprendere. Di una nuova cattiva per le strade onestamente se ne può fare tranquillamente a meno (se poi le cattive sono del calibro infimo di Cardi B, una loro copia sbiaditissima risulta quantomeno fuori luogo).

Un vero peccato, insomma, che da una che ha la possibilità di avere il mondo ai suoi piedi, che ha il peso e la facoltà di poter imporre nuovi trend e consolidarli attraverso file di emuli, il massimo che si può ottenere dopo dieci anni di carriera è una ripetizione insipida di suoni e attitudini tese soltanto a perpetuare i tratti di un personaggio ben oltre la macchietta. Suscita quasi rabbia la mancanza di fantasia, il modo in cui viene disincentivato, con rarissime eccezioni, ogni tentativo di sviluppo concreto, la diversificazione di un panorama mainstream che ormai preferisce guardarsi i piedi piuttosto che tentare qualche azzardo. Fin quando però frutterà vivere di musica attraverso le proiezioni che gli altri hanno di esso, quell'involucro vuoto che risponde al nome di Taylor Swift continuerà ad avere vita facilissima. C'è da augurarsi che i segni di insofferenza comincino a manifestarsi presto.

(15/11/2017)

  • Tracklist
  1. ...Ready For It?
  2. End Game (ft. Ed Sheeran & Future)
  3. I Did Something Bad
  4. Don't Blame Me
  5. Delicate
  6. Look What You Made Me Do
  7. So It Goes...
  8. Gorgeous
  9. Getaway Car
  10. King Of My Heart
  11. Dancing With Our Hands Tied
  12. Dress
  13. This Is Why We Can't Have Nice Things
  14. Call It What You Want
  15. New Year's Day




Taylor Swift su OndaRock
Recensioni

TAYLOR SWIFT

1989

(2014 - Big Machine)
La transizione verso il pop della reginetta country

Taylor Swift on web


Questo sito utilizza cookie tecnici (propri o di terze parti) per monitorare l'esperienza di navigazione degli utenti
Cliccando sul pulsante Continua si autorizza l'utilizzo dei cookie su questo sito. Clicca qui per avere ulteriori informazioni sui cookie.