Ted Leo

The Hanged Man

2017 (self-released) | alt-rock, songwriter

Ora possiamo dirlo, abbiamo seriamente rischiato di perderlo. Sette anni e mezzo di assenza sarebbero parecchi per qualunque artista, ma nel caso dell'effervescente Ted Leo sembrano davvero un'enormità. Un esilio non casuale, alleggerito solo nominalmente dall'estemporaneo progetto a due The Both, imbastito assieme alla collega Aimee Mann più per questioni di cortesia che non sulla scorta di chissà quale entusiasmo creativo. Travolto da una crisi esistenziale senza precedenti, vuoi per i riscontri commerciali sempre più blandi, vuoi per la perdita di quella figlia che nel 2011 la moglie stava per dare alla luce, questo superlativo giostraio del pop ha scelto di eclissarsi nel silenzio della solitudine, spostando la sua residenza da Washington D.C. alla microscopica Wakefield, Rhode Island, e meditando il ritiro. Poi i buoni consigli di qualche amico e, chissà, il vuoto opprimente delle sue giornate, devono averlo persuaso a riprovarci.
Finanziato via Kickstarter dai suoi aficionados, questo primo album senza i fidati Pharmacists è stato registrato in autonomia a due passi da casa, con il solo supporto della batteria del "farmacista" Chris Wilson e di pochi ospiti selezionati, su tutti proprio la Mann (pressoché invisibile nei due brani in chiusura).

È la dodicesima carta degli arcani maggiori a raccontare Leo in questa fase. L'appeso, che è come dire un supplizio e la relativa accettazione. L'artista di "The Hanged Man" appare provato da un disincanto senza quartiere e opta per una mise espressiva necessariamente sgualcita, si tiene in pista con l'adrenalina dei suoi automatismi migliori per quanto le ironiche strizzate d'occhio del progressismo militante di ieri siano state rimpiazzate da un gelo non di rado rancoroso. Ma è un senso di liberazione a imporsi, visto che il disco consente al cantante di disfarsi in un sol colpo di anni di dolore, frustrazioni e sfiducia, cogliendo in corsa, peraltro, ulteriori spunti avvelenati nell'attuale panorama politico del suo paese. "Moon Out Of Phase", a tratti una "My Sharona" sotto narcotici, sonorizza la nausea del risveglio dopo la sbornia dell'ultimo Election Day, con la chitarra monocorde nelle lancinanti vesti di un'emicrania o di un'ulcera, se preferite.

Poi il fastidio lascia il posto alla dolcezza delle classiche smargiassate power-pop del Nostro, ma è tutto un trucco, perché è al passato che lui intende parlare ("Used To Be") e la prospettiva del nastro che si riavvolge è negata d'ufficio ("Can't Go Back"). La malinconia nelle corde di Ted descrive un sentimento già ampiamente appassito, da ex "cuore di quercia" che simula soltanto la propria baldanza e alla prova dei fatti si scopre in ambasce. Quel po' di spensieratezza suona, oggi più che mai, come una maschera sulla quale ci si sia scordati di modellare un sorriso più o meno fuori luogo. Anche i gigionismi solisti riescono appesantiti da un fondo di amarezza sconfinato, che baratta il gioviale, scattante disimpegno dei giorni belli per un'introspezione dolorosa ma penetrante.

Le pagine più inclini all'intimismo palesano una fragilità che l'inossidabile guascone di "Shake The Sheets" non si sarebbe mai sognato di lasciar trasparire. Spesso - la tormentata "The Nazarene" per esempio, autentico centerpiece del disco - il nuovo Leo mostra di prediligere gli slow-motion con fondali cupi e particolarmente contrastati, come a stillare le vorticose melodie di un tempo nota per nota. Quel che rimane sul terreno è un'impressione di disarmo, oltre a imperfezioni umanissime eppure così fascinose, a soffermarcisi. Incoraggiato dal mood, lo statunitense sembra approfittare di questo clima di necessaria resa dei conti con se stesso e in "You're Like Me" tira in ballo anche una storiaccia di molestie risalente all'infanzia, tendendo una mano a qualunque altra vittima abbia patito il medesimo sfregio.

Lo squillante easy listening della casa non è comunque bandito fino in fondo, grazie a episodi come "Run To The City" o "Anthems Of None", piazzati apposta per solleticare i fan più accesi e per non smentire l'eterno gioco a rimpiattino con gli equipollenti Weezer, sebbene spigoli, abrasioni e occasionali turgori di sax spodestino l'indole beatamente goliardica cui eravamo abituati.
Poi capita che venga riannodato l'ideale e mai sopito legame con lo spirito affine Ben Folds ("The Little Smug Supper Club") o che si infilino quasi a tradimento ballate morbide che inteneriscono a suon di carezze ("Make Me Feel Loved") e meste filastrocche che, tra toni melò e ritmiche pasticciate, si prendono i loro rischi per inquadrare a meraviglia l'intimo smarrimento dell'autore ("Gray Havens").

Si tratta dei soli frangenti realmente orientati alla delicatezza (dei ricordi) in un album per forza di cose disagevole, che trova il suo capolavoro d'astrazione nel cruciale congedo di "Let's Stay On The Moon". È proprio in questa canzone sulla perdita - la più triste di tutta una carriera, per sua stessa ammissione - che Ted dissimula con la massima grazia possibile uno sprofondo nichilista senza pari, prima di riaprire alla speranza solo con la catarsi corale che chiude le danze e che, presumibilmente, tiene aperte le porte a un seguito di tutt'altro tenore: non resta che aspettare che l'"appeso" ritrovi la terra sotto i suoi piedi e si rimetta in marcia.

(16/10/2017)

  • Tracklist
  1. Moon Out Of Phase
  2. Used To Believe
  3. Can't Go Back
  4. The Future...
  5. William Weld In The 21st Century
  6. The Nazarene
  7. Run To The City
  8. Gray Havens
  9. Make Me Feel Loved
  10. The Little Smug Supper Club
  11. Anthems Of None
  12. You're Like Me
  13. Lonsdale Avenue
  14. Let's Stay On The Moon
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