The Burning Hell

Revival Beach

2017 (BB* Island) | pop-rock

When we’re born, we are song-less
Then Jesus writes a jingle on our chest

Finalmente i Burning Hell tornano a guardare in faccia la miseria umana, strizzando l’occhiolino alla nera signora e accantonando per un attimo i (superlativi) divertissement classificatori delle loro prove più recenti. La loro ottava uscita lunga, “Revival Beach”, si sofferma a contemplare un’apocalisse sacrosanta dalle più svariate prospettive, si tratti di un piano-bar desolato alle tre del mattino o di una festa di matrimonio spesa da imbucati fino all’ultimo calice di vino. Miscela nostalgia e riscaldamento globale, gli scempi brutali della polizia negli anni di “Black Lives Matter” o le politiche di delocalizzazione selvaggia in Cina, i leoni da tastiera strappati alla vita in un’estrema invettiva virtuale e spie scozzesi che si riciclano come puericultori per una fantomatica prole bastarda di Hitler e di Unity Mitford: il solito Mathias Kom, insomma, logorroico ed esilarante, che a questo giro ha sfrondato la sua popolatissima creatura a trio, con il solo basso di Darren Brown ad accompagnare lui e signora (che per l’occasione è anche batterista).

Dal titolo parrebbe lecito aspettarsi un lavoro derivativo e di nicchia, un garage-pop-surf-canzonettaro idealmente nelle corde di un mattatore a tutto campo come Mathias. Invece no. Che per loro si tratti di un disco per certi versi anomalo (e senza mezza nota suonata all’ukulele) lo suggerisce già la partenza muscolare di “Friend Army”, qualche riff tagliato con l’accetta, un sound insolitamente tonico e un pizzico di riverbero in coda, ad accompagnare con la consueta ironia e i giochi di parole del Nostro riflessioni scanzonate su amore e amicizia. Per l’immediato rilancio c’è la trucida lovesong “Nurse & Patient”, riapertura con grazia superlativa alle candide imitazioni di Bill Callahan, silenziati i propri schizofrenici eccessi di scrittura per riabbracciare nei limiti del possibile il minimalismo, il tocco impressionista di un modello pure inarrivabile.

Il sitar introduce con “Canadian Wine” un’altra ballad bella croccante e dal robusto afflato, dispensata con una naturalezza nel ruolo che lascia sinceramente ammirati ma anche con un velo di perdonabile maniera, da jam band in placida ricreazione. Stessa categoria per “The River”, che replica le istanze di un elastico e schietto conservatorismo pop-rock, espediente programmatico e insieme affettuoso omaggio. I canadesi si snaturano insomma a fin di bene e approcciano formule sonore più convenzionali, all’apparenza per fini parodistici ma con una tale aderenza da riuscire non meno convincenti che in passato. Appare invece piuttosto lezioso l’esangue duetto di “Mr. Sensible”, cui manca come il pane lo strappo gigione cui i Burning Hell ci hanno abituato.

Ariel sale in cattedra nel malevolo (e un po’ noiosetto) recitato di “The Troll”, altra uscita piacevolmente dispersiva in un disco che è tutto un divagare, alimentato dal vero marchio di Kom, quell’istrionismo a fondo perduto. Le tentazioni folk britanniche di “The Babysitter” sfumano ad esempio in un impossibile britpop pure amarognolo, con la brillantezza implacabile di uno scioglilingua dal cui giogo riesce davvero arduo liberarsi, mentre qualcosa di simile capita anche con le sottili evocazioni mitteleuropee di “The Last Night”. E ad alimentare la conta delle false piste, non vanno dimenticati i curiosi intermezzi rebetiki disegnati dal bouzuki di Brown, ora affacciati a oriente (“Arrival At Revival Beach”), ora più prossimi a un arioso folk mediterraneo (“Survival At Revival Beach”).

Si chiude con una festa collettiva e danzereccia sulla spiaggia per salutare l’ingresso in un nuovo Medioevo, anche se la vera chiosa ironica arriva giusto un paio di stazioni prima, con la compiaciuta lettera dell’editore al creativo di narrativa post-apocalittica per adolescenti di “Minor Changes” (peraltro occasione ideale per cucirsi addosso, col rigore splendente di Nick Drake, un numero di cantautorato intimista finalmente su misura per sé).
La superluna del magnifico finale a due riaccende l’estro negli irrinunciabili sing-along dei ragazzi dell’Ontario, band camaleontica oggi più che mai, eppure capace di una dolcezza, un’amabilità tutta sua, che davvero ha pochi eguali di questi tempi. Anche per questo, “Revival Beach” non potrà mai essere etichettato come album nichilista perché – suggeriscono i Burning Hell – malgrado tutte le brutture che l’umanità si è regalata nelle ultime stagioni, ci sarà sempre margine per il riscatto o, quantomeno, per un ballo sdrammatizzante sull'orlo dell'abisso.

(24/02/2018)

  • Tracklist
  1. Friend Army
  2. Race To Revival Beach
  3. Nurse & Patient
  4. Canadian Wine
  5. The Troll
  6. Arrival At Revival Beach
  7. The River (Never Freezes Anymore)
  8. The Babysitter
  9. Mr. Sensible
  10. Survival At Revival Beach
  11. Minor Changes
  12. The Last Night
  13. Supermoon
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