The Soap Opera

Ready To Hatch

2017 (Ample Play) | indie-pop, sixties pop

Un poeta navigatore, un rivenditore di libri di seconda mano, un ingegnere occhialuto e un batterista con la testa a posto. Difficile immaginare una soap opera con questi personaggi, eppure se aggiungiamo la loro città natale, la romantica Rennes, allora cominciano a definirsi i contorni di questa autoironica storia di conquiste e innamoramenti, tra librerie illuminate nella nebbia, oppure tavolini lasciati al sole sulla piazza davanti alla cattedrale e mansarde disordinate, piene di coinquilini e gente imbucata. Un ragazzo con la camicia a quadri e gli occhiali spessi si annoia in un angolo del divano. Il padrone di casa, coi lunghi, scombinati capelli neri, il dolcevita rosso scuro e la giacca lisa e scucita, sembra attrarre gli ospiti verso la parte opposta della grande stanza condivisa. In sottofondo, suona “Ready To Hatch”, col suo fare sornione e conviviale, pieno di melodie zuccherose e suoni che oscillano tra liquide, oziose movenze e pizzicotti dati di nascosto.

Un po’ debitore dello psych-jangle Real Estate (“The Saddle Of The Feather”, che è di un Martin Courtney sorpreso a sonnecchiare in un angolo di un caffè francese, però, con il suo pap-pa-pa-pa e la batteria lounge, “Bad Reputation” sembra l’autoironica apologia di Mondanile), ma soprattutto dell’indie-pop inglese, che interpreta con un fare estroverso pre-Murdoch, come se Adam Green decidesse di fare un tributo alla C86, facendo incetta di groupie con “Unspeakable”, “Ready To Hatch” è un disco con spunti diversi, che, pur nella gradevolezza, ha le stimmate del lavoro d’autore, con ben poche tracce che suonano come il brano da cassettina Nme (“No Name No Pack No Drill”, unico vero episodio lineare nella scrittura e negli arrangiamenti).
Diversamente da molti altri dischi di genere, non rimane l’impressione, a fine ascolto, di una semplice collezione di canzoni (buona o meno buona che sia), ma di un lavoro in cui anche i suoni e gli arrangiamenti giocano un ruolo: le fragranze brasiliane di “Unspeakable”, l’ossessività prog di “No Hullabaloo”, le rullate sixties e la delivery smozzicata di “Humanatee”, i dinoccolati saltelli alla Orange Juice di “For Odin’s Sake” donano una profondità al disco che in genere sfugge al classico album “lineare” indie-pop, permettendogli di creare un immaginario tutto suo. Ma è una scrittura che sa pescare da diversi riferimenti a garantire questa profondità, a far sì che le variazioni di arrangiamento non suonino velleitarie.

Ci sono, insomma, passione e approfondimento a guidare “Ready To Hatch”, un disco che suona, nel migliore dei modi, sia come il prodotto del tempo libero tra amici che come un lavoro ambizioso e ricercato. Facile da ignorare (l’ennesimo disco indie-pop né carne né pesce con la copertina fatta coi pastelli!), ma non per scelta estetica, dato che tutti i brani mostrano un’esuberanza strumentale di grande caratterizzazione.
Insomma, questa scombinata soap opera di personaggi mal assortiti viene fuori che è un’ottima band, chi l’avrebbe mai detto, a vederli tutti insieme in quella mansarda? 

(22/11/2017)



  • Tracklist
  1. Eggs to Hatch
  2. To All The Newbies
  3. Unspeakable
  4. When We Were Mates
  5. Humanatee
  6. You Caught on Fire
  7. No Name No Packdrill
  8. The Saddle or The Feather
  9. Bad Reputation
  10. No Hullabaloo
  11. For Odin’s Sake
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