Thot

Fleuve

2017 (Weyrd Son) | techno-rock, industrial

Fronte parallelo del multiforme multistrumentista belga Gregoire Fray è Hills Mover, una versione minore, sia nelle proporzioni (ancora solo un paio di Ep, “Winter Shades” e “Dead Notes”) che nell’afflato (confessionale, semiacustico), e molto meno convincente, del principale moniker Thot. Che infatti ritorna, più scalpitante che mai, col quarto lungo in più di dieci anni, “Fleuve”.

E’ in tutto e per tutto musica terapeutica, uno shock tragico - in primis per lo stesso Fray - tutto orientato a scuotere le coscienze. Sempre enfatico, oltremodo sopra le righe, l’album sembra quasi una pièce teatrale improntata, anche più che in passato, sull’apporto di gruppo: in qualche modo, però, stavolta la bestiale creatività è trattenuta.
“Odra” suona fin troppo analoga ai System Of A Down, per via del duetto ostentatamente operistico e dei cambi di tempo isterici; “Vitava” ripete la formula con baccano appena più cromatico (un più spiccato apporto del synth). “Samara” adotta la progressione tipica della dark-wave, sostenuta dal piglio di monologo arringante di Fray e da un coro cinesizzante di automi femminili. Anche questa, comunque, stenta ad affondare il colpo.

La questione si complica nel trittico delle ampie “Rhone”, “Rhein” e “Duna” (questa forse la più convincente), ma che l’introduzione sia una sonata per piano e legni da camera, o una ballata folk-industrial alla Death In June, con oboe e brezza elettronica, e cantata col registro affannoso di Jamie Stewart, il risultato è sempre e comunque la sfuriata di toni accesissimi che - per assurdo - ha il rovescio di suonare come tatticismo ripetuto a oltranza.
In ogni caso, si arriva a un culmine con una sua “The End”, i tredici minuti di “Bosphore”. Fumi di clarino e stridori, pulsazione cardiaca, parole scandite e cerimoniose confluiscono presto in una fantasia strumentale che passa rock progressivo, cacofonia chitarristica, jazz-rock, spunti tzigani: otto minuti per un crescendo-maelstrom che fa da fulgore dell’opera (e forse della carriera); seguono tre minuti dell’usuale grandeur un po’ confusa e tronfia, anche se l’ultimo minuto è un glorioso acuto di rumore alla Gordon Mumma.

Concept “fluviale” nei titoli dei pezzi (un continuum, che termina in Turchia, di corsi del Vecchio Continente, dunque un anelito europeista) e nel funzionamento per l’alternanza, alla lunga stucchevole (produzione caciarona di Magnus Lindberg, Cult Of Luna), tra momenti quieti e picchi d’isteria. A tratti, più che gli sfondamenti, funzionano quasi meglio le pause, le contemplazioni, gli smarrimenti, come certe introduzioni, o meglio ancora come la sparuta “Volga”, solo strumentale, forse l’unico numero davvero in forma libera del disco, un piccolo poemetto di accordi cangianti di chitarra e ugole liriche. A parte i progressi come cantante di Fray, con maggiore versatilità (probabilmente l’unico merito della palestra Hills Mover), forza e passione vengono dagli strumentisti. Non propriamente un passo avanti rispetto a “The City That Disappears” (2014): uno a lato.

(22/11/2017)

  • Tracklist
  1. Icauna
  2. Odra
  3. Vitava
  4. Rhone
  5. Rhein
  6. Duna
  7. Volga
  8. Samara
  9. Bosphore
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Recensioni

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The City That Disappears

(2014 - Black Basset)
La maledetta visione suburbana del belga Gregoire Fray

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