Tony Buck

Unearth

2017 (Room40) | experimental, drone

Vale la pena non trascurare i dischi solisti, poiché spesso sono in grado di raccontarci molto più riguardo a un artista di quanto non faccia il suo ruolo stabile all'interno di un gruppo. Nel caso di Tony Buck, batterista storico dei Necks, ciò si è peraltro verificato in occasioni estremamente rare, con un precedente - l'estesa sessione "Self Contained Underwater Breathing Apparatus" - che ormai risale a ben quindici anni fa.

Pubblicato dall'aficionado e connazionale Lawrence English tramite la sua Room40, "Unearth" si discosta, e di molto, dalla regolarità che contraddistingue il ritualismo minimal-jazz del trio, rivendicando una maggior elasticità tanto nel sound quanto nella gestione temporale complessiva.
Non un viaggio, ma molti viaggi vengono intrecciati da Buck attorno al suono percussivo: una digressione che sfugge a logiche narrative o descrittive e immerge l'ascoltatore in un'area acustica che fermenta con spontaneità indisturbata.
Muovendo da gesti minimi, tra crepitii statici e sottili perturbazioni di legni e bronzi etnici, montanti in un disordinato tintinnio di piatti, Buck procede a inanellare echi primitivi sotterranei e influenze orientali dai contorni sfumati, come di sitar e campane tibetane, generando così un'accumulazione eterogenea e irregolare, libera da schematismi o dal tratteggio di una banale parabola ascendente.

Ma la componente più inedita dell'insieme va individuata nel pallido lirismo chitarristico e nelle profondissime linee di basso, memori della one-man band di Kevin Micka alias Animal Hospital: i pochi elementi di matrice (post-)rock sono sufficienti a completare il quadro di una tensione che, oltrepassata la metà, va alimentandosi inesorabilmente sino a divenire quasi insostenibile, come un varco che minuto dopo minuto si apre su un vuoto vertiginoso.
Il vibrante ritualismo dei Boredoms periodo "Seadrum" trova una sintesi con le solenni inaugurazioni dei recenti live degli Swans - influenza in verità non estranea anche alle quattro facciate di "Unfold".

Metodo e foga vanno di pari passo in questo ritorno, a conti fatti nemmeno troppo distante dalla miscela ottenuta con Fennesz e David Daniell al Big Ears Festival di "Knoxville". In completa autonomia Buck fabbrica un oggetto musicale tutto suo, imponente e polifonico come forse altrimenti non poteva essere dopo una così lunga gestazione. Per un motivo o per l'altro, da non perdere.

(07/09/2017)

  • Tracklist
  1. Unearth


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