Tori Amos

Native Invader

2017 (Decca) | songwriter, pop

Che il mondo in cui viviamo stia andando in malora ce ne accorgiamo tutti i giorni, ma se eventualmente la cosa ci fosse sfuggita ci pensano gli artisti a ricordarci che "era meglio morire da piccoli [...] che vedere sto schifo da grandi". A ciò si aggiunge il fatto che l'era Trump sta regalando a cantanti, gruppi e via dicendo una fonte d'ispirazione come lo fu a suo tempo la presidenza di Bush figlio e, oltreoceano, il governo della Thatcher, che ebbe il merito di aver dato un impulso notevole alla scena musicale inglese (dai Beats in poi, con Billy Bragg che si è pagato il mutuo grazie alle invettive contro i conservatori).

Tori Amos, una delle icone del cantautorato femminile capace di ritagliarsi un proprio spazio - prima notevole, poi diventato sempre più una nicchia - nel panorama musicale grazie al suo carisma, al suo piano Bösendorfer dal timbro così caratteristico con cui ha stabilito una simbiosi e infine alla sua notevole personalità artistica, torna sulle scene dopo la parentesi musical di "The Light Princess", con un album che a prima vista sembra inserito nella vague politica e di impegno sociale che anima ultimamente molti artisti in maniera trasversale. "Native Invader", quindicesimo lavoro della sua carriera, è infatti animato da quell'afflato polemico e di protesta che già infondeva la materia di "American Doll Posse" del 2007, in piena era Bush, per capirci. Ma c'è di più. È vero che l'elezione di Trump ha contribuito in parte alla nascita di un album non esattamente pianificato ma scaturito spontaneamente dopo un viaggio nelle Smoky Mountains, facenti parte del sistema degli Appalachi nel sudest degli Usa, dove risiedono anche le radici Cherokee della sua famiglia, ma anche il privato ci ha messo del suo: la madre di Tori, infatti, ha sofferto seri problemi di salute che l'hanno costretta alla paralisi. Un disco che è anche una forma di terapia, perciò, per trovare sollievo e cercare di scampare la tempesta (per usare le parole dell'artista) dentro la quale questi tempi grami ci hanno cacciato.
Ciò che potrebbe differenziare Tori Amos da altri artisti che si sono ultimamente mobilitati civilmente è il fatto che l'oggetto dei suoi strali non è tanto Trump ma "chi c'è dietro di lui, chi lo manovra", come afferma nelle interviste e come lascia intendere in un brano di "Native Invader", ovvero "Benjamin": in particolare i think tank, molto attivi a Washington (nonostante pare stiano vivendo un periodo di declino) e i vari portatori di interessi che influenzano le politiche americane o globali. Ma questo è un altro discorso, vagamente complottista, che a noi in questa sede non interessa affatto.

Tornando alla musica, da qualche anno a questa parte Tori Amos ha preso l'abitudine di alternare dischi pari e dischi dispari, come faceva un tempo anche PJ Harvey. Spieghiamoci: con la cadenza di circa due anni da un lavoro all'altro compiono una staffetta album concettualmente più luminosi e solari con quelli più oscuri. Così, al primaverile "The Beekeeper" è seguito il più arrabbiato e a tinte più plumbee "American Doll Posse", e così ad "Abnormally Attracted To Sin" è succeduto un "Night Of Hunters" a tratti cupo come una sera invernale (le raccolte "Tales Of A Librarian", "A Piano", "Gold Dust" e il natalizio "Midwinter Graces" fanno storia a sé, anche se l'ultimo è stato una sorta di prequel a livello musicale di "NOH").
L'ultimo lavoro prima dell'attuale "Native Invader" è stato quel "Unrepentant Geraldines", dal punto di vista sinestetico, brillante e luminoso, che segnava una sorta di rinascita artistica dopo alcune prove non all'altezza degli splendori a cui Amos ci ha abituato negli anni Novanta. E non bisogna perciò nascondere una certa apprensione nell'avvicinarsi al follow-up di quella prova d'artista azzeccata.

L'attuale "Native Invader" poteva solo confermare la giusta direzione intrapresa con "Unrepentant..." oppure vanificare i progressi fatti nell'ultimo periodo dalla cantautrice pianomunita. Tertium non datur: e i timori di un passo indietro erano in parte corroborati da una cartella stampa di presentazione piuttosto confusa e poco chiara (va bene che Tori ci ha abituato al linguaggio figurato per esprimere la sua vena artistica, ma se mi parli di una ispirazione portata dalle "nove Muse" che come afferma nelle interviste le dettano letteralmente le canzoni, allora la perplessità è inevitabile) e di un singolo di lancio che pare un outtake di "Scarlet's Walk". "Cloud Riders", infatti, non è stata un'ottima scelta per presentare il nuovo disco (e qui tocchiamo il tasto dolente dei problemi a livello di marketing e di promozione che da qualche anno caratterizzano il lavoro di Amos): l'attacco a tinte blues sembra una citazione di "Strange", e difatti prosegue come una ballad estratta dall'era che va da "Scarlet's Walk" a "The Beekeper", con contrappunti della chitarra a sprazzi e un andamento ritmico un po' bolso e appesantito, per un singolo che fatica a decollare e che lascia una sensazione di incompiutezza: panico, l'ispirazione musicale si è di nuovo arenata e gli arrangiamenti sono tornati gli stessi dei lavori degli anni Zero. Ma torneremo su questo punto.

Il senso profondo di "Native Invader", come ha ammesso la stessa Amos, è quello della riappropriazione del proprio spazio creativo ormai inquinato dalla rabbia scatenata dal mondo in cui viviamo: evitare quindi di sprecare energie inutili e ascoltare la propria ispirazione, cosa che la cantautrice ha fatto con questo album. Gli esiti sono altalenanti e hanno diviso i fan (o meglio, gli ears with feet come vengono da lei chiamati) tra gli apocalittici e gli integrati, tra gli entusiasti e chi ritiene che quest'ultimo lavoro sia una nuova passeggiata di Scarlet per quanto a volte sia simile all'album del 2002, così come sono simili le circostanze storiche, sociali e personali (almeno per quanto riguarda la ricerca delle tracce degli antenati) che hanno portato alla nascita di questi due lavori.

"Native Invader" ha comunque una forte componente legata alla natura, al mondo incontaminato come prova una delle canzoni-simbolo, "Up The Creek" (in cui si cita una "militia of the mind" diventata tormentone tra i fan) un brano dall'inedito sound electropop scandito dalla frase "Good lord willing and the creek don't rise" (all'incirca "a Dio piacendo e il torrente non tracima") che ripeteva spesso il nonno di Tori Amos - sì, quello di origine nativa americana. Aperto da un sorprendente riff e contraddistinto da una elettronica con beat in levare altrettanto inattesa per gli standard di Tori che fa riportare le lancette dell'orologio al 1998-1999 di "From The Choirgirl Hotel" e "To Venus And Back", con il fedele piano che si inserisce a mo' di assolo nel bridge (consuetudine già sentita in "Black Dove" del 1998, per fare un esempio), "Up The Creek" è un manifesto ambientalista con i cori della figlia Natasha (sempre più defilata negli album della madre, dopo il debutto in "Night Of Hunters") sullo stato precario del pianeta e sulla capacità della natura di rispondere alle molteplici offese che le vengono arrecate da parte degli uomini.

Esattamente come nel resto della produzione di Tori Amos (citiamo nel mucchio "Boys For Pele" o "Night Of Hunters") anche i testi di "Native Invader" sono popolati da immagini oscure da comprendere a prima vista, riferimenti a miti e archetipi che da sempre contraddistinguono il suo modo di scrivere come rivelava nella sua autobiografia "Piece By Piece". Una simbologia che si staglia già nella perfetta apertura di "Reindeer King", sette ammalianti minuti di piano, voce e inserti drone vibranti, a tratti inquieta e inquietante, minimale quanto basta e armonicamente seducente: una opening track del genere, almeno a quanto lunghezza, essenzialità, tensione e simbolismo lirico, ricorda "Beauty Queen/Horses" da "Boys For Pele" e alla lontana la Kate Bush di "50 Words Of Snow", sebbene parliamo di sensibilità differenti che non basta l'uso di voce e piano ad accumunare. Il pianoforte domina anche in brani come "Breakaway", molto amata dai fan, "Climb", dal sapore folk e con delicati inserti di chitarra acustica che la fanno sembrare una outtake da "Scarlet's Hidden Treasures" ("Apollo's Frock" e anche un po' la più recente "Promise") e la conclusiva "Mary's Eyes" su cui torneremo più avanti.

E se "Up The Creek" rappresenta l'episodio più ritmato dell'album nonché un unicum completamente avulso dallo stile del resto del disco, in "Native Invader" Tori Amos privilegia le ballad, come il trittico "Wings" (che sembra uscita dalla sua produzione anni 90, con accenni calypso), "Broken Arrow" (in cui ricorre il riff wah wah e spiccano interessanti sprazzi ritmici nell'arrangiamento della coda finale) e la già citata "Cloud Riders", brani inseriti tra la più minimale apertura e "Breakaway". Quando infatti non privilegia piano e voce, Tori e la fidata supervisione del produttore e marito Mark Hawley creano stratificazioni sonore, aggiungendo e non sottraendo. "Wildwood" è un altro esempio, con molte chitarre riverberate un po' come in "American Doll Posse" senza le fughe in avanti rock di quell'album, quando a livello di arrangiamento siamo più sui territori di "Abnormally Attracted To Sin"; brano che tra l'altro riecheggia gli amati miti greci con il ritorno di Persefone dall'oltretomba. E poi "Bang" (curiosità: i testi di questa canzone sono gli unici a non essere presenti nel booklet), anch'essa molto stratificata e molto politica ("Word crucifixion toward immigrants shunned/ Immigrants that's who we all are"), con una coda finale in cui Tori Amos declama gli elementi chimici componenti l'organismo umano ("All I wanna be is the very best machine") che ricorda l'elenco botanico di "Datura", brano di "To Venus And Back".

"Native Invader", in buona sostanza, dà l'impressione di proporre una summa della produzione dell'artista, musicalmente divisa tra anni Novanta (il j'accuse di "Benjamin") e anni Zero (l'ecologista "Bats"). E poi arriva la conclusione "Mary's Eyes", in cui si affronta il male che ha colpito la madre, un altro tipo di invasore nativo che viene da dentro e non da fuori e che la imprigiona ("Hymns for us to sing/ She's a believer/ Hymns locked in her memory/ I'm a believer they're the key"): straordinariamente delicato e controparte femminile di "Winter", brano dei suoi esordi dedicato al padre, e la cui cristallina bellezza tocca corde profonde, con tanto di citazioni del lavoro dell'amico fraterno Neil Gaiman. Anche qui corre un parallelismo con Kate Bush, con quella "A Coral Room", anch'essa dedicata alla madre e dalla stessa sensibilità emotiva.

È un disco personale e politico al tempo stesso, come abbiamo detto, molto diretto come nella bonus track "Russia" che nella apparente leggerezza del piano e voce lancia sospetti pesanti sui rapporti tra la Casa Bianca e Mosca ("For those in Washington/ there is only one question/ Is Stalin on your shoulder" e "Time to wake/ Activate our Native Invader"). "Native Invader" non rivoluziona lo stile compositivo o gli arrangiamenti a cui Tori Amos ci ha abituati e che ormai, volenti o nolenti, sono il suo marchio di fabbrica. Al limite introduce delle piccole variazioni, qualche sparuta novità nello spartito nel quale si muove a suo agio. Eppure non siamo di fronte a una minestra riscaldata, come poteva sembrare a un primo ascolto, ma alla quadratura del cerchio della sua carriera. L'irrequietezza degli esordi non si è spenta, è solo giunta alla sua maturazione, e non possiamo aspettarci altri stravolgimenti. Ma se accettiamo ciò, potremo apprezzare il coraggio di un'artista che non scende a compromessi per la notorietà e resta fedele alla propria estetica, che cerca di regalare al suo ascoltatore delle canzoni (che considera come sue figlie) la cui personalità e onestà non viene mai meno. Tori Amos è Tori Amos e non potrà mai essere nessun'altra, né nessun'altra potrà mai essere come lei: traguardo non indifferente per un'artista.

(13/09/2017)



  • Tracklist
  1. Reindeer King
  2. Wings
  3. Broken Arrow
  4. Cloud Riders
  5. Up the Creek
  6. Breakaway
  7. Wildwood
  8. Chocolate Song
  9. Bang
  10. Climb
  11. Bats
  12. Benjamin
  13. Mary's Eyes

Tracce bonus
  1. Upside Down 2
  2. Russia






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