Ulver

The Assassination Of Julius Caesar

2017 (House Of Mythology) | dark-pop

Normalmente la critica fa molto presto a schedare un nuovo caso di "svolta pop", decretato in maniera non di rado altezzosa e dispregiativa nei confronti di un artista in fase di reinvenzione stilistica. Fortuna che, come una costante eccezione alla regola, da vent'anni gli Ulver sviano spontaneamente qualunque aspettativa, accettando ogni sorta di rischio creativo e avendo sempre la meglio sull'ovvietà.

Perciò nulla giunge davvero come una sorpresa, specie se per disattenzione non ci si fosse accorti delle avvisaglie disseminate tra "Wars Of The Roses" e gli ambiziosi esperimenti neo-retrò di "Childhood's End" e "ATGCLVLSSCAP". Sorprendente, piuttosto, la nonchalance con cui il collettivo norvegese riesce a padroneggiare gli strumenti del pop elettronico senza mai trovarsi in contraddizione con la sua sfuggente poetica occulta, sviando agilmente da quel "kitsch" che a fatica si può definire ma è altresì molto facile riconoscere. Merito anche della regia tecnica di Youth (Martin Glover), producer stellare recentemente al fianco di David Tibet con Hypnopazūzu - non a caso dal calderone bollente della House Of Mythology, che licenzia il terzo titolo ulveriano in poco più di un anno.

Il riverbero etereo della voce di Kristoffer Rygg appartiene ormai a una dimensione cultuale ove non si distingue più il sacro dal profano, e ogni rito è avvolto da una solennità che sembra eluderne l'artificio. Ma se la spiritualità tormentata della "Messe I.X–VI.X", liberamente ispirata alla Terza di Górecki, originava specificamente dall'immersione nel buio misterico di una fede sofferta, per contro "The Assassination Of Julius Caesar" è una sfarzosa cerimonia pagana che guarda con occhio vigile al corso della storia documentata, dove ogni traccia è una tappa significativa nel ciclico susseguirsi di episodi drammatici ("Tragedies repeat themselves in a perfect circle").

Siamo alla cruciale intersezione fra la nascita dell'Impero Romano e quella del cristianesimo, i due bandoli al principio della matassa che è la storia dell'Occidente, marchiata a fuoco nei secoli a venire. "Nemoralia", la parata delle torce in tributo alla dea Diana, si svolgeva nelle notti di luna piena agostane prima che fosse istituita la festa dell'Assunzione; l'eco della folla e il lume tremolante delle candele preannuncia il folle incendio del Caput Mundi per mano di Nerone, e con un audace parallelo si propaga sino al nostro tempo, rievocando l'incidente mortale di Lady Diana su un'auto in fuga dai paparazzi:
The Princess of Wales, her sexual drive
Stop dead under the river in the capital of romance
The most hunted body of the modern age
Flowers crown her head, ancient goddess of the moon
Questa la panoramica incrociata che anticipa la sequenza più polifonica dell'album: "Rolling Stone", riferendosi alla pietra rotolata dal sepolcro di Gesù il nazareno, è introdotta dalle distorsioni straziate di Stian Westerhus e rinforzata nel refrain da un coro femminile a metà tra soul e magniloquenza da musical di Broadway, per poi inasprirsi in coda con il sassofono di Nik Turner (Hawkwind) nel mezzo di un turbine montante di percussioni elettroniche.
"Second coming" means nothing to me
I have tasted death, every body and thing
I long for my own, for the curtain to fall
To wipe the blood off the face of the earth
Dopo la definitiva caduta di Roma ("So Falls The World") la matassa svolge un filo in direzione della modernità, passando per il frammentario lascito filosofico di Walter Benjamin, barometro di una crisi del pensiero oltre che storica: l'immagine dell'angelo redentore di Paul Klee che volta le spalle alle rovine passate e presenti dello sfacelo umano si riflette nella ritirata di Dunkerque delle forze anglo-francesi assediate dai tedeschi ("This is bigger than us/ A stronger wind is blowing/ Blowing from paradise/ Into the world to come").
Fluidi ipnagogici ammantano "Transverberation", che accosta il tentato assassinio di papa Giovanni Paolo II alle icone delle Sante Teresa d'Avila e di Lisieux, avvolte dalla luce accecante della gloria eterna. Infine il "1969" come anno simbolo di un Male già radicato, un occhio del ciclone di rivoluzioni fallite e miti in decadenza: la linea di sangue di "Let It Bleed" attraversa anche il demoniaco "Rosemary's Baby" di Polanski e la beatlesiana "Helter Skelter" - dal famigerato "White Album" della discordia - presunta miccia per la follia omicida di Charles Manson; ma è anche l'anno di pubblicazione della "Bibbia Satanica" di Anton LaVey, citato indirettamente attraverso la spettrale ex-residenza al 6114 di California St, San Francisco.

Il predominio di synth scuri e rombanti, come potremmo trovarne nei Cold Cave o nella prima iamamiwhoami, rimane a lungo un mezzo mistero e quasi alimenta il sospetto di un'eccentrica provocazione artistica. Finché, contro ogni previsione, tutto diviene chiaro: gli Ulver non avrebbero mai adottato degli stilemi così marcati per il solo gusto di dare un'ulteriore prova di eclettismo; un sound a tal punto presente e incalzante è infatti propedeutico alla veicolazione di immagini estremamente vivide che intrecciano fra loro epos dei quali hanno già discettato innumerevoli generazioni di studiosi e studenti, troppo concentrati sulla cronologia per notare il tragico ripetersi di infamie ed egoismi.
But you do not listen, your mind is somewhere else
I speak with a frozen tongue in dead language
There's a world between us, there is a sunken garden
Love lies bleeding there, and words they mean nothing
To anyone anymore
("Southern Gothic")
Nello sguardo onnisciente che sormonta il concept, storia, mito e tradizione coesistono in una prospettiva inedita e illuminante, il mesto riconoscimento di una rivelazione escatologica che troppo a lungo ha tardato a manifestarsi. Con la forza dirompente di questa sentenza Rygg e soci consegnano quella che è forse la visione più nitida e segnante dal decennale inno eliocentrico di "Shadows Of The Sun".
Così quella che di primo acchito poteva apparire come la loro prova meno "impegnata" riesce paradossalmente ad accentrare una densità tematica sbalorditiva, sigillata in copertina con un dettaglio del "Ratto di Proserpina" del Bernini, capolavoro barocco che allegorizza una fuga disperata dalla morsa soffocante del diavolo.

(07/04/2017)

  • Tracklist
  1. Nemoralia
  2. Rolling Stone
  3. So Falls the World
  4. Southern Gothic
  5. Angelus Novus
  6. Transverberation
  7. 1969
  8. Coming Home
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