White Suns

Psychic Drift

2017 (Flenser) | post-rock, avantgarde

Solido power-trio di stanza a Brooklyn, White Suns avviano la carriera con un noise-hardcore sì furioso ma già insolito, percorso da scosse elettroniche e strillato con dannazione, da “Waking In The Reservoir” (2011), “Sinews” (2012) e specialmente “Totem” (2014). Per “Psychic Drift” compiono una mossa ben più ambiziosa. Nonostante il complesso sia ancora complesso, ora Dana Matthiessen e Rick Visser stanno alla mercé delle visioni di Kevin Barry, che ne diventa il principale compositore, o di certo il promotore della direzione artistica. L’operazione cui s’imbarca Barry è, così, quella di filtrare generi e sottogeneri del rock alternativo, per estrarne infine un’essenza afferente alla scultura di suono o al collage della musica colta, anche se di certo colma come non mai degli eccessi della musica industriale e del noise fine a sé stesso.

Quattordici minuti di “Korea” rappresentano dunque un credibile abbozzo di poema sinfonico per il ventunesimo secolo, in qualche modo organizzato in sezioni che nascono, muoiono e rinascono, sempre a un livello maniacale di rumore nero. All’inizio appare come una versione sballatissima del “Rock Bottom” di Wyatt (bordoni di suono assoluto polifonico), ma tosto si sovrappongono voci reali e campionate, stridori di ogni tipo, volumetrie aliene. La dissociazione psichica che dà il titolo all’album è un puro pretesto: ciò che interessa ai tre è rendere la malattia mentale un costrutto espressionista all’ennesima potenza degno di Arnold Schönberg. “A Year Wihout Summer” (dieci minuti) ha un inizio quieto, oltremodo lugubre, con uno scandire di campane a morto, nastri inceppati che suonano come rilevazioni ambientali di catacombe, e un gorgoglio distorto. Fucilate elettroniche diventano via via mitragliate, cannonate, folate nucleari che polverizzano e spazzano: tutto implode in un anonimo, impassibile trambusto metallurgico.

Se la più breve del gruppo, “Pilgrim”, sembra nient’altro che un agglomerato di barriti funebri, illusoriamente a metà via con un suono a tutto volume di locomotiva, “ingentiliti” da una vibrazione da terremoto e un martellamento industriale che tende a dissolversi, “Medicine Walk” perde anche l’ultimo baluardo d’identità, i connotati di “brano”, ed è anzi più un happening improvvisato di suoni sconnessi a cicli peraltro irregolari, sfasati: rimbombi gravissimi, frese assordanti che saettano nel buio, sbatacchiamenti irritanti, e poi un gorgo di riverberi robotici e uno sciacquio di melma a disperdersi nel silenzio.

Disco radicale, uno di quelli che s’incontrano solo ogni due decenni (Faust, Royal Trux), senza indulgenze per l’ascoltatore. Un clima disorganico, urticante, sinistro, disegnato dalla band senza chitarre, o comunque trasfigurandone e disintegrandone il suono, un sublime elogio dell’informe, con vette mai toccate né da Wolf Eyes né da Sightings né da Yellow Swans. La centrata produzione quasi cancella la voce, tenendo a mente la tradizione di Slint, Gastr Del Sol e June Of ‘44, in cui era orpello, simbolo dell’alienazione dei kids, però declassandola oltremisura a sgraziato intercalare che vomita parole, parlotta, intona cantilene, enuncia lemmi alla rinfusa. E il ritmo, tonfi o strappi, metronomo o svirgola jungle, non dona affatto al sound la consapevolezza del costrutto musicale: anzi, lo rarefà e svilisce ulteriormente. Se si vuole un’opera in grado di descrivere il suono in quanto suono, la crisi in quanto crisi, la si prenda al volo. Sottovalutato.

(03/01/2018)

  • Tracklist
  1. Korea
  2. Pilgrim
  3. A Year Wihout Summer
  4. Medicine Walk
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