Yasunao Tone

Ai Deviation #1 #2

2017 (Editions Mego) | avantgarde, process-generated

Giapponese, classe 1935, uno dei precursori assoluti della musica stocastica basata sui mezzi tecnologici. E così questo vegliardo dell’avanguardia internazionale, Yasunao Tone, dopo aver fondato nientemeno che la via nipponica al movimento Fluxus, passa progressivamente al mezzo fisico, alle installazioni, alle trasmissioni radio, alle performance e alla regia di video sperimentali. Nella musica incisa, la sua attenzione si rivolge da subito, fin dal suo primo “Musica Iconologos” (1993), alla deviazione, all’errore, al glitch dei nuovi mezzi. Così come Cage e Stockhausen preparavano pianoforti e sintetizzatori, Tone materializza improvvisazioni servendosi delle sorgenti messe a disposizione dalla contemporaneità, da “Solo For Wounded Cd” (1997), per lettore cd preparato, a “Mp3 Deviations #6+7” (2011), per laptop preparato.

Quest’ultime “deviazioni” costituiscono la base di un software sviluppato da Tony Myatt della Surrey University appositamente per il compositore. Dapprima il software simula una rete neurale mappando le precedenti performance di Tone. In seguito, opportunamente azionato, crea frattali di suono basandosi su nuove regole d’intelligenza artificiale generate velocissimamente e in modo sempre e comunque stocastico. Si tratta, in altre parole, di un viaggio nella sua stessa musica, o meglio di un esperimento volto a dotarla di vita autonoma, un Tone elevato alla potenza di sé stesso, una fantasia aleatoria che si basa sull’alea stessa.

Ne risultano due composizioni al contempo amorfe e colossali, incluse in “Ai Deviation #1 #2”. La prima “#1” compete seriamente con quanto di più estremo sia mai stato inciso, sia per durata (quaranta minuti) che per spirito. E’, anzitutto, una boscaglia impenetrabile e urticante di rumorismi elettronici tra i più spastici, o un tifone di atrocità timbriche che debordano nel caos, ma anche evocano per vie subliminali, come una pareidolia in mezzo al pandemonio, il sax free-jazz, oppure il violino di Paganini, o mitragliate laser.
A un livello più profondo, l’ascolto si snoda lungo l’interazione tra due autonome sorgenti stereofoniche. La prima, molle e dinamica, si rifà senz’altro, oltre al già citato Stockhausen, ai poemi per synth autocostruiti di Subotnick. La seconda, più dimessa e ronzante, rende il contrappunto del caso, e occasionalmente si produce in fantasie di suoni vecchio stile (poi sempre deflagrati da esplosioni nucleari o sciolti in acidi elettroacustici).

Da un’idea sorta nel 2002 ma realizzata solo nel 2015 - la sorte cui sono destinati un po’ tutti gli inventori più coraggiosi - ed eseguita dal vivo a metà 2016 presso l’Issue Project Room di Brooklyn, a platea stracolma, da cui poi si ricaverà il disco (il primo dal 2011, dopo una serie di collaborazioni collettive). Completato da una “#2” di poco più di mezz’ora, più autoindulgente (ripete in buona sostanza la prima ma con maggior rarefazione e minor furore), ma riscattata da un senso d’enigma, da un espressionismo noise alla Gordon Mumma, e soprattutto dagli ultimi tredici minuti, puri pigolii stridenti che si riverberano nel silenzio: una benvenuta addizione “pittorica” agli uragani “mentali” che ne fanno da ossatura. Non solo un violento flusso di coscienza di una mente vorace, ma un’avventurosa escursione nelle pieghe più radicalmente irrazionali della razionalità umana. Una follia ragionata in cui il gesto ha una valenza distruttiva e dissipante, e il free-form novecentesco ricarica il suo significato.

(01/08/2017)

  • Tracklist
  1. Ai Deviation #1
  2. Ai Deviation #2
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